Domenica 17 Dicembre 2017 - 5:16

“Tutto il mare o due bicchieri?", successo per Tartaglia e Mazza

NAPOLI. Un gioco teatrale astuto quello di Eduardo Tartaglia, una partita giocata a viso aperto con il pubblico, grazie alla quale, ad emergere, sono i tratti di un autore ed attore, verosimilmente pronipote di quell'antico “Zanni” della Commedia dell' Arte, in grado di cogliere senza enfasi, guardando lontano nel tempo, i drammi quotidiani della società napoletana. Tant'è che anche con il suo ultimo lavoro visto nel Teatro Sannazaro, “Tutto il mare o due bicchieri?” Tartaglia, mostra la grande forza di chi nel parlare alle moderne generazioni attraverso un percorso artistico ed umano ricco di metafore ed espedienti, affonda sempre più l'attenzione nel mondo napoletano. Il tutto, mediante una lingua che tra sberleffi e riflessioni, gesti istrionici e antichi trucchi da commediante, riesce a superare confini e frontiere. Mettendo a confronto i suoi momenti drammaturgici con la tradizione scenica partenopea e mantenendo sempre viva nella mente quella grande lezione eduardiana, Tartaglia, sintetizzando in scena due secoli di evoluzione teatrale, continua acutamente a trasformare i suoi personaggi in “maschere”. E ciò avviene puntualmente con il suo disincantato vice sagrestano “Angiolino Spertoso” che da protagonista di una commedia sospesa tra il dramma e la più profonda ilarità, si trasforma ben presto in una nuova e singolare maschera in cui convergono prodigiosamente le figure di Pulcinella e di Felice Sciosciammocca insieme quegli atavici stilemi del maggiore dei De Filippo. Con  “Tutto il mare o due bicchieri?” scritto e diretto da Eduardo Tartaglia, in scena con Veronica Mazza, la storia che lo spettacolo propone al pubblico, legata ad un improbabile trafugamento delle miracolose ampolle del sangue di San Gennaro, si fonde tra misticismo, etica e scienza, con la destabilizzante verità di chi  grazie al preziosissimo liquido vorrebbe addirittura clonare il Santo. Una clonazione satura di interrogativi e paradossi per effetto della quale lo stravagante ideatore offre vita a tutta una serie di considerazioni capaci di spaziare dagli umanissimi e commoventi interessi personali, in quanto la moglie è gravemente malata,  alle impellenti necessità  di un'intera umanità in cerca di salvezza. Ed è con queste funamboliche premesse, grazie anche all'emblematico personaggio di “Lucia” interpretato con il solito intrigante e trascinante piglio recitativo ricco di chiaroscuri da Veronica Mazza, che  il lavoro, tra indagini, colpi di scena, fragilità debolezze e difetti umani, porta in palcoscenico tutte le contraddizioni di un'epoca difficile come la nostra. Con  le sortite di un malcapitato vice commissario di Polizia bene impersonato da un validissmo  Stefano Sarcinelli, le implacabili interferenze di un amico di famiglia di nome “Gerardo”, ruolo affidato alla destrezza attoriale di un veterano come Franco Pinelli e con il contributo di Pino L'Abbate nel doppio compito di un poliziotto e di uno scienziato, il lavoro si snoda sul filo dell'incredibile e dell'irrazionale. Dividendosi tra il grottesco ed il surreale e facendo ricorso al suo ben preciso stile di autore moderno e indagatore, Tartaglia, mostra ancora una volta la  vincente  capacità di evidenziare i grandi malanni della nostra società diluendoli, solo apparentemente, con  una irresistibile ed incontenibile comicità. Agendo sui turbamenti del nostro presente, sugli interrogativi di una civiltà allo sbando e su quell'eterno dilemma che divide la fede e la scienza, Tartaglia, da “maschera” per il terzo millennio, nei panni del suo furbo ed al tempo stesso buffonesco raggiratore “Angiolino”, grida le tante verità nascoste di un mondo alla deriva senza confondere mai l' arte con la vuota leggerezza  dell'intrattenimento. Con un teatro genuino e sincero, ben lontano dalle distorsioni e dalle falsità, Tartaglia, senza mai perdere di vista le tracce  di un passato  fatto ancora di artisti, di autori e di registi veri, presenta un lavoro dai grandi contenuti. O meglio, un testo che, giocando sulle vicissitudini scaturite dall'immaginario furto delle ampolle del sangue del Patrono di Napoli, fa del divertimento non un'occasione di futile leggerezza, bensì un motivo di piacevole  e trascinante approfondimento. Adeguando le sue creature ai nuovi gusti  con situazioni vicine alla realtà contemporanea, Eduardo Tartaglia, dimostra  ancora una volta la capacità di intuire il cambiamento del vento. Entrando nel linguaggio comune ricreando uno slang giovane e familiare, fa nuovamente leva sul vivificante contatto diretto con il pubblico lasciando sapientemente emergere, tra sogghigni e situazioni esilaranti, gli aspetti di una collettività infelicemente scissa tra sacro e profano, fede e scetticismo, sempre più smarrita e confusa. 

Giuseppe Giorgio

17:55 21/11

di Redazione

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