Mercoledì 20 Febbraio 2019 - 14:25

Bosco: costretti a rivolgerci al clan per affissione manifesti

L'attuale consigliere regionale, eletto con la lista "Campania Libera", movimento del presidente De Luca, non è indagato

CASERTA. I candidati al Consiglio regionale della Campania erano costretti a rivolgersi al clan camorristico Belforte, e in particolare a una società di servizi intestata alla moglie di un esponente di vertice, per l'affissione dei manifesti elettorali nella città di Caserta. È un particolare emerso dalle indagini coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli e culminate questa mattina nell'esecuzione di 19 misure cautelari. Quanto emerso dalle indagini è stato confermato agli investigatori da Luigi Bosco, attuale consigliere regionale campano eletto con la lista "Campania Libera", movimento del presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca: Bosco, che non risulta indagato e non è tra i destinatari dell'ordinanza emessa dal gip di Napoli, ha confermato che a Caserta «vi sono state alcune anomalie» in quanto, per avere visibilità, era necessario rivolgersi a un determinato gruppo di persone. A conferma di ciò, Bosco ha raccontato agli inquirenti che un suo collaboratore, durante l'affissione dei manifesti nel comune di Caserta, era stato aggredito da alcune persone che gli avevano intimato di allontanarsi, in quanto a Caserta nessuno poteva affiggere senza il loro consenso. Dopo tale episodio, inoltre, un esponente del clan si era presentato nel suo comitato elettorale «con fare spavaldo», garantendo che affidando a loro l'affissione dei manifesti avrebbe avuto «la giusta visibilità», viceversa avrebbe avuto dei problemi. 

LE INDAGINI. Le indagini hanno permesso di accertare che Giovanni Capone, esponente di vertice del clan all'epoca detenuto, utilizzando dei "pizzini" aveva dato precise disposizioni al fratello Agostino Capone affinché si occupasse dell'affissione dei manifesti elettorali nella città di Caserta. Quest'ultimo, avvalendosi della collaborazione materiale di Vincenzo Rea, Antimo Italiano, Antonio Merola e Antonio Zarrillo, ha imposto ai candidati di fare riferimento alla società di servizi "Clean Service", a lui riconducibile in quanto intestata alla moglie, Maria Grazia Semonella.  Tale imposizione avveniva sia con intimidazioni esplicite, come captato nel corso delle intercettazioni, sia attraverso minacce rivolte ai singoli soggetti sorpresi ad affiggere i manifesti a tarda notte, sia coprendo i manifesti affissi senza ricorrere alla loro società, facendo poi arrivare il messaggio che tale inconveniente non si sarebbe verificato se si fossero rivolti alla società Clean Service. Come emerge dalle conversazioni captate tra gli indagati, i proventi di tale attività ammontavano a circa 17mila euro, dei quali una parte erano destinati a rimpinguare le casse della fazione del clan riferibile a Giovanni Capone, con particolare riferimento al mantenimento degli affiliati all'epoca detenuti in carcere. Capone, Rea, Italiano, Merola e Zarrillo sono destinatari della misura cautelare della custodia in carcere, mentre Maria Grazia Semonella è stata posta agli arresti domiciliari. 

12:43 5/02

di Redazione


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