Domenica 19 Agosto 2018 - 7:34

«Allah e San Gennaro? Ecco perché il dialogo è possibile»

Lo scrittore Pino Imperatore: ho sempre cercato di raccontare Napoli con realismo, senza filtri e mezze misure: una città fatta di luci e ombre, densa di contraddizioni e di slanci creativi, viva e pulsante come nessun'altra realtà urbana al mondo

NAPOLI. “Allah, San Gennaro e i tre Kamikaze”, edito da Mondadori , è il titolo del nuovo libro di Pino Imperatore. Napoli, nelle sue contraddizioni è la meravigliosa cornice in cui si evolve l'intrigante storia che vede protagonisti tre aspiranti Kamikaze. La maestria e il sottile umorismo che fanno di Pino Imperatore uno dei più prestigiosi e influenti autori del panorama culturale partenopeo, lasciano trapelare non solo la realtà cronicistica dell'attuale momento storico ma anche la simbologia contrastante di due culture che sotto altri aspetti possono, altresì, suggerire, punti di congiunzione che sfociano nella reciproca tolleranza e interazione.
Quale Napoli si vuol far emergere da questa storia?
«L’umorismo è un potentissimo strumento di denuncia e di riflessione. Io ho sempre cercato di raccontare Napoli con realismo, senza filtri e mezze misure: una città fatta di luci e ombre, densa di contraddizioni e di slanci creativi, viva e pulsante come nessun'altra realtà urbana al mondo».

I partenopei sono conosciuti come popolo ancorato alle superstizioni. Nell'accostamento di Allah a San Gennaro si potrebbero ipotizzare delle affinità culturali che anziché creare incomprensioni con i musulmani rendono invece più agevole la complicità e la collaborazione?
«È proprio ciò che accade nel mio romanzo. Feisal, uno dei tre aspiranti kamikaze, resta affascinato dalla religiosità partenopea, che unisce il sacro al profano in culti, usanze e credenze uniche nel loro genere. Anche credi religiosi molto distanti fra loro possono trovare, tramite la reciproca tolleranza e il dialogo interculturale, terreni fertili di contaminazione e di coesistenza».
Il retaggio culturale di impronta tradizionalista ancora presente al Sud potrebbe secondo lei tenere Napoli fuori dai giochi della radicalizzazione e di eventuali attacchi terroristici o limitarne almeno il rischio?
«Purtroppo i processi di radicalizzazione, che spesso sono rapidi e imprevedibili e conducono alla formazione dei cosiddetti "lupi solitari", non consentono alla nostra città di potersi ritenere al riparo da possibili attacchi. Mi auguro comunque che Napoli, e con essa tutte le città del pianeta, non entri mai nel mirino del terrorismo».
Per la stesura del libro da cosa ha colto ispirazione?
«Ho messo a confronto due opposti modi di pensare: la filosofia di morte dei terroristi, che conduce ai massacri e alla diffusione di un clima di paura immanente, e la filosofia di vita di Napoli e dei suoi abitanti, orientata verso le positività dell'esistenza. Dall'incontro-scontro fra questi due elementi è nata la trama del romanzo».
I popoli del Sud, e Napoli in particolar modo, sono noti per la loro accoglienza. Che ne pensa delle politiche di integrazione attuate da de Magistris? A Napoli c'è integrazione o coabitazione?
«Io parlerei piuttosto di interazione. Al di là di qualche isolato episodio di intolleranza, tutte le comunità etniche presenti sul territorio partenopeo interagiscono pacificamente con la città e con il suo tessuto sociale. Napoli è da sempre un melting pot di razze e culture differenti, che col passare del tempo hanno dato vita a un'identità forte e condivisa. E di questo, come di tante altre cose, come napoletani dobbiamo essere orgogliosi».

19:08 2/02

di Corinne Bove


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