Venerdì 20 Aprile 2018 - 3:05

Favolosi Longobardi

Al Mann i gioielli, le armature, gli abiti e le armi del popolo che occupò l’Italia dopo la caduta dell’Impero romano

E pensare che a scuola li chiamavamo barbari. Adesso, però, giustizia è fatta. I Longobardi hanno ritrovato la dignità che si meritano. Lo dimostra la splendida esposizione a loro dedicata che giunge al Mann dopo lo strepitoso successo al Castello Visconteo di Pavia. 
È la prima volta che il Museo archeologico Nazionale apre all’archeologia medievale e lo fa alla grande. 
Un percorso espositivo estremamente leggibile, anche grazie ai video didattici e ai pannelli esplicativi.  Il visitatore percorre il lungo corridoio realizzato tra le sale che affiancano il salone della meridiana, attraverso otto sezioni, che danno conto tanto della geopolitica degli insediamenti longobardi quanto della loro cultura materiale. 
Due momenti danno conto dell’arrivo dei Longobardi in Italia a metà del VI secolo, dopo essere emigrati in massa dall’Ungheria, che allora si chiamava Pannonia. Si prosegue con una panoramica sull’economia longobarda nell’Italia frammentata e sulle monete utilizzate non solo come mezzo di scambio ma anche come oggetti simbolo di ricchezza e prestigio, da sfoggiare a mo’ di gioiello. Uno sguardo molto ampio, favorito dai numerosi corredi funerari (nella foto un orecchino di sorprendente fattura) presenti in mostra, viene dedicato ai segni del culto e del potere. Ci sono poi le epigrafi e i libri: contrariamente a quanto si dice comunemente, nell’Italia altomedievale si scriveva, eccome. Lo testimoniano numerose le epigrafi, commissionate dalle élites laiche e religiose che afidavano proprio alla scrittura la celebrazone della propria identità sociale. Ma la scrittura proprio in Italia divenne parte essenziale dell’amministrazione e del governo: si pensi che, a partire dall’editto di Rotari, nel 643, le norme consuetudinarie furono tutte scrupolosamente annotate per iscritto. 
E quando Carlo Magno, sconfitti i Longobardi a Pavia, diede impulso agli scambi culturali fra i monasteri d’Oltralpe con quelli dell’Italia del Nord a Bobbio, Vercelli, Nonantola, il Sud Italia, in parte ancora longobardo, rispose con la messa a punto della scrittura beneventana nei monasteri di Montecassino e San Vincenzo al Volturno. Ed è proprio alla Langobardia minor che si deve la produzione di rotoli miniati con l’inno pasquale Exultet.
In Campania rimane autonomo il ducato di Benevento, che Arechi II eleva nel 774 al rango di principato: occupa tutto il Meridione, escluse le aree costiere di Gaeta e Napoli, il Salento e la Calabria, che rimangono sotto il dominio bizantino. In seguito Salerno e Capua si distaccarono da Benevento nel IX secolo e acquisirono il ruolo di capitali: è proprio qui che si trova la densità più alta in Italia di opere di matrice longobarda, non indifferenti alle influenze bizantine e arabe, che documentano quindi una originale sintesi fra i diversi stilemi 
Ed è ancora qui che avvenne la contaminazione religiosa, fra la cultura franca e quella longobarda: i reperti provenienti dal monastero di San Vincenzo al Volturno documentano la vitalità un centro culturale di altissimo livello. 
La mostra, che resterà al Museo Archeologico fino al 25 marzo e si trasferirà all’Hermitage di San Pietroburgo, è curata da Gian Pietro Brogiolo e Federico Marazzi ,  con la direzione scientifica di Susanna Zatti, Paolo Giulierini e Yuri Piotrovsky. Il progetto di allestimento è firmato da Alessandro Moradei. Il catalogo  è edito da Skira.

18:39 21/12

di Armida Parisi


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