Martedì 18 Settembre 2018 - 15:56

Buon lavoro e buona fortuna

Opinionista: 

Aldo de Francesco

In un tempo in cui riemerge, sempre più forte e nei più vari contesti, la nostalgia del passato, come ritorno a un mondo serio, leale, positivo che, anche se aveva i suoi problemi, era più umano e vivibile, la sede di uno storico, glorioso, monumentale giornale, custode anche di parte di questo passato, come “Il Mattino”, che oggi trasloca, a me piace dire più sinceramente viene trasferito, dalla mitica via Chiatamone altrove, in una periferia deserta della città, al 33° piano di un grattacielo, è una crudeltà: uno sradicamento. Uno sradicamento è sempre una dissacrazione, quale che sia, di una capanna, di un container, di una reggia. A maggior ragione di un giornale. Il giornale è un immenso sacro albero genealogico, sui cui rami sono sempre vivi i nomi di giornalisti, maestranze, artisti, di gente che vi ha lavorato, e s’è donata con una passione indomabile, senza risparmio. Doveva restare, lavorare nel cuore della città che, ogni alba, appena desta, si è sempre chiesta: “Ma ’o Matino ogg che dice?”. Pensate, per scongiurare l’offesa di un fatale, naturale sradicamento, in un piccolo borgo del Cilento, Perito Belvedere, due artisti Peppino Apolito e Roberto Baglivo, stanno trasformando da mesi i tronchi degli alberi di ulivo, non più produttivi, in tante statue, per preservarli da un’ingrata sorte. Di fronte a un esempio di simile corale sensibilità, il pensiero non può non correre a rimarcare ciò che non si è fatto e che, invece si sarebbe dovuto fare, per scoraggiare, evitare, contrastare questa decisione. La città delle “magnifiche sorte e progressive” ancora una volta ha taciuto con un cinismo, che, poi, puntualmente, di fronte a diffuse meschinerie, si libererà con un “Viva Napoli” liberatorio. Purtroppo le odierne logiche editoriali, con il tramonto degli editori puri, che facevano quadrare “sentimenti e bilanci”, non potranno mai capire queste rispettose sinergie: sanno governare la vita e la coscienza con un solo cruccio, innominabile, quello che ha spedito un giornale sempre più in alto tra le nuvole, lontano dalla città, di cui è la voce. Io sono nato al vecchio “Roma” di Via Marittima, ma rinato al “Mattino”, sono molto grato alle due gloriose testate, come me molti altri colleghe e colleghi hanno avuto lo stesso percorso, in passato e nel presente, e potranno avere anche in futuro, percorso che è stato, per usare il linguaggio giusto di uno storico antico Senofonte, da “anabasi”, da marcia in su, di graduale ascesa da Via Marittima a Via Chiatamone, e conservo memorie nobili di comuni generazioni giornalistiche, che solo avendole vissute, si possono capire e interpretare. Oggi mi riesce solo dire che questo trasferimento mi rattrista da tempo e si rinnova ogni qualvolta mi tocca scriverne, questa volta di rigore per espressa sensibilità del direttore Antonio Sasso. Negli ultimi anni con la redazione del “Roma”, a pochi metri dal “Mattino”, nella stessa strada di Via Chiatamone , la “parentela”, già stretta, tra i due giornali, nati entrambi nell’800, al servizio della unificazione, di un grande ideale, si è cementata per una frequentazione più assidua, servita ad approfondire i rapporti, oltre che di confidenze professionali, anche di vita e di gusti, per i tantissimi pranzi sul lungomare passati insieme, con gli occhi alle pietanze e agli orari delle riunioni redazionali. Tutta questa liturgia, espressa e inespressa, di affetti e di amicizia ci mancherà; è una parola molto seria e vera, lo so, ma non ne trovo una diversa e più sincera, ci sentivamo più forti e motivati nel sapere i colleghi del “Mattino” così vicini. Oggi si dice che si è cittadini del mondo non dei luoghi: è vero. Per i giornali, invece, non sono d’accordo: avviene il contrario, si è sempre figli dei luoghi. Auguri di buon lavoro, cari colleghe e colleghi, dalla nuova redazione voi vedrete la città dall’alto, è un buon inizio: potrete tenerla meglio in pugno. Buona fortuna!

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