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“Annullate l’assoluzione per Silvio Berlusconi“, aveva detto il Procuratore generale della Cassazione Eduardo Scardaccione ai supremi giudici. E li aveva invitati a “rinviare gli atti alla Corte d’Appello di Milano per un nuovo processo che, nel confermare la condanna per i reati di “concussione” e di “prostituzione minorile”, ridetermini l’entità della condanna”. Sette anni di reclusione e interdizione perpetua dai pubblici uffici (la stessa condanna inflitta all’ex presidente della regione Sicilia Totò Cuffaro per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa) sono sembrati “una esagerazione” anche all’Alto Magistrato. L’impianto accusatorio della Procura della Repubblica milanese si basava sulla telefonata fatta da Parigi dall’allora presidente del Consiglio alla Questura milanese per chiedere di consegnare al consigliere regionale della Lombardia Nicole Minetti la marocchina Ruby Rubirosa, e per evitare che, mandata in una comunità, potesse rivelare di avere avuto e di avere rapporti sessuali con l’uomo di governo. Ma quel che è avvenuto non ha impedito alla Procura (e alla stampa nazionale e internazionale) di venire a conoscenza delle serate di Arcore nel corso delle quali le cosìddette “olgettine” si concedevano al padrone di casa nel famoso “bunga bunga”. Epperò è il caso di ricordare che nel corso del processo di primo grado i funzionari della Questura avevano dichiarato che l’ex premier non esercitò alcuna forma di coercizione e che la loro decisione era stata presa liberamente. E che Berlusconi e Ruby avevano sostenuto, sotto giuramento, che tra loro non c’erano mai stati rapporti sessuali. Del resto, qualsiasi persona di buon senso sa che un rapporto sessuale, sia esso etero oppure omo, si consuma tra due persone nel segreto di un’alcova. Senza che nessuno possa vederli. Men che meno fotografarli. Sempre che non si tratti di perversioni tipo giochini a tre o ammucchiate. Oppure di film porno. E nel caso di Berlusconi e di Ruby c’erano solo le intercettazioni telefoniche e alcune testimonianze. Ma non c’era una sola prova documentale che mostrasse al di là di ogni ragionevole dubbio, il rapporto sessuale tra i due. Che era il punto centrale dell’impianto accusatorio. Ricordo che è stata la signorina Patrizia D’Addario a parlare in televisione dei suoi rapporti sessuali con l’allora premier a Palazzo Grazioli e a colorirli sulla stampa di dettagli piccanti. Senza un minimo di pudore. E tutti le hanno creduto. Ma, a dispetto della spietata condanna del Tribunale di Milano e della campagna diffamatoria condotta da certa stampa, la Corte di Appello di Milano aveva sorpreso tutti quando il 18 luglio dello scorso anno aveva deciso di assolvere Silvio Berlusconi dal reato di “concussione” perché “nessuna prova è stata accertata sul fatto che avesse esercitato un atteggiamento intimidatorio o quanto meno un'induzione indebita nei confronti del responsabile della questura milanese affinché rilasciasse la minorenne marocchina”. E aveva deciso di assolverlo anche dal reato di “prostituzione minorile perché non assistita da adeguato supporto probatorio”. Il fatto che, dopo il deposito delle motivazioni della sentenza, il presidente della Corte d’ Appello di Milano si era dimesso in modo clamoroso ha acuito l’interesse per la decisione che la Corte di Cassazione avrebbe presa martedì 10 marzo. Ed è arrivata una sentenza assolutoria che era nelle previsioni delle persone ragionevoli, Ma non certamente negli auspici dei suoi nemici (Travaglio, Gomez, Santoro, Mentana, Flores d’Arcais, Mauro, Formigli, la Gruber e compagni). Perciò c’è da sperare che, dopo questa sentenza definitiva, che mette la parola fine a una vicenda che non sarebbe mai dovuta nascere e che non sarebbe nata in nessun altro paese al mondo, i magistrati italiani rivolgano la loro attenzione all’arretrato di 3,5 milioni di processi penali, tra i quali i reati di grande allarme sociale. Quelli che mettono in pericolo la sicurezza dei cittadini e ne abbassano la qualità della vita. Gerardo Mazziotti G_MAZZIOTTI@YAHOO.IT