Venerdì 21 Luglio 2017 - 10:59

Chi uccide Charlie ci uccide tutti

Opinionista: 

Vincenzo Nardiello

Di diritti si può morire. Col diritto si uccide. L’assassinio di un bimbo ordinato dai giudici inglesi prima e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo poi, non è il frutto dell’errata interpretazione di qualche legge. Non è un «incidente giurisprudenziale», bensì la devastante deriva di una giustizia divenuta strumento della nuova cultura impadronitasi dell’Occidente: quella della morte. I tribunali europei fanno a gara nello spalleggiarsi in tutti i modi quando si tratta di staccare supporti vitali a persone disabili e impossibilitate a difendersi, di giustificare aborti, sentenziare procedimenti eutanasici, promuovere morti più o meno “dolci”, iniezioni letali e chi più ne ha più ne metta. Il tutto - ci mancherebbe - «nell’interesse del paziente». Si tratta degli stessi sempre pronti a trovare una piazza da occupare per manifestare contro la pena di morte. Tranne quando a comminarla sono loro. Loro, i rappresentanti del moderno Leviatano, dalle sembianze paternalistiche e falsamente misericordiose, possono tutto. Hanno diritto di vita e di morte sugli individui, trasformati in poco meno che sudditi.

Tuttavia, la sentenza di morte emessa da alcuni giudici nei confronti di Charlie Gard non è come tutte le altre che l’hanno preceduta. C’è qualcosa, in quest’ennesimo omicidio legalizzato, di ancora più mostruoso. Nel caso Gard, infatti, entrambi i genitori chiedono all’ospedale di mantenere, non d’interrompere - come in altri casi pure è avvenuto - il trattamento di ventilazione artificiale che consente al loro figlioletto di vivere. In questo caso, dunque, lo Stato, attraverso l’imperio della legge, ha prevaricato la volontà dei genitori, decretando che no, Charlie deve morire. A questo siamo arrivati. Al punto che - manipolando il sacrosanto principio del divieto dell’accanimento terapeutico - alcuni magistrati hanno potuto giustificare giuridicamente la morte di un bambino. «Nel suo interesse», naturalmente. Oggi è «l’interesse» di Charlie. Domani potrebbe essere il nostro o quello dei nostri figli.

Di fronte a questa mostruosità, il mondo sta rispondendo con tante parole - inutili e tardive - e nessun fatto. Lo stesso Pontefice, forse troppo distratto dalle quotidiane prediche sui migranti da accogliere, se l’è cavata con un tweet. Ma l’uomo non si salva con nome. E neanche in 140 caratteri. Di fronte alla codificazione del “dovere” di morire, insito nelle sentenze dei magistrati inglesi ed europei, ci si sarebbe attesa ben altra reazione dalla Chiesa. Duemila anni sono trascorsi da quando l’infanticidio dei disabili era considerato cosa buona e giusta. Poi arrivarono il cristianesimo e la civiltà occidentale. Se oggi novelli spartani, travestiti da giudici, si permettono di gettare i nostri bambini ammalati dalla cima della nuova collina dei “diritti” senza che nessuno riesca ad impedirlo, vuol dire che la Chiesa ha un problema. Un grosso problema.  

Credete che si tratti di un dilemma che riguarda i soli credenti? Vi sbagliate di grosso. L’Occidente è occupato da una dittatura culturale negatrice della vita e della libertà. Che ne è del costituzionalismo liberale, nato per difendere i cittadini dai soprusi e dall’arbitrio dello Stato e che oggi - negando i suoi stessi principi - autorizza la morte di un bimbo contro la volontà dei suoi genitori? Che ne è della libertà di scelta di quella madre e di quel padre? Totalmente cancellata dallo Stato tiranno. Padrone non solo delle nostre tasche, ma anche delle nostre vite.

Charlie è gravemente malato, irreversibilmente malato. Quindi va eliminato. Ma Charlie non deve morire per mano di Dio, bensì dell’uomo. Ucciso da un potere soverchiante che nega Dio per farsi esso stesso Dio, arbitro della vita e della morte dei suoi sudditi che s’illudono d’essere cittadini. Charlie va eliminato perché la sua immagine è il simbolo della debolezza umana, della provvisorietà della nostra condizione, della finitezza delle nostre vite. Egli è la prova di tutto ciò che ripugna alla nostra società che anela alla “perfezione”. La sua visione ci è insopportabile.

Non è Charlie ad essere malato. È l’Occidente ad essere già morto.

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