Domenica 16 Dicembre 2018 - 12:35

Chiamare i clandestini clandestini: che schifo!

Opinionista: 

Gianni De Felice

Chiamare clandestini i clandestini. Che schifo. Come dire pane al pane e vino al vino. A corto di problemi, il sindacato unico dei giornalisti italiani ha deciso di dedicarsi al lessico. Secondo la Carta di Roma – che avendo la C maiuscola non c’entra niente con la monnezza delle vie romane – gli stranieri fuori legge sul nostro territorio non possono essere chiamati clandestini. E tantomeno fuorilegge. Al massimo si può definirli “irregolari”. Come certi verbi. La guerra alle parole ritenute, non dico offensive, ma appena appena indelicate, è un vecchio pallino dell’ortodossia gauchiste imperante nel nostro giornalismo. In un consesso di categoria sbottai quando sentii che, occupandosi di secondini, i cronisti dovevano chiamarli collaboratori penitenziari. Mi sembrò di tornare ai tempi in cui, non potendo aumentare gli stipendi agli spazzini, li promossero a operatori ecologici. E per la stessa inconfessabile ragione i bidelli divennero collaboratori scolastici. Se non puoi migliorare la paga di un mestiere, addolciscigli il nome. Spazzacamino? Tecnico fumista. Fognaio? Operatore liquami. Più diventa volgare il linguaggio – il caxxo è ormai sdoganato in tutte le reti televisive – più si fa strada il forbitismo sociale. Se l’infermiere è diventato paramedico e la cameriera colf, perché il clandestino deve rimanere clandestino? Non è giusto. A Milano hanno trasformato i controllori tranviari in tutor di linea e voi volete insistere a chiamare clandestino chi gira per l’Italia senza identità, senza recapito e senza permessi? Il nostro sindacato si è posto il problema. Bisogna avere rispetto. Da tempo non è più tempo di chiamare ciechi i ciechi, sordi i sordi, handicappati gli handicappati. Questi sono portatori di handicap. Dice: ma non portano niente. Non importa: zitto e scrivi. Per restare nel trasporto pubblico locale, ricordo l’imbarazzo di una mamma alla quale il bambino chiedeva insistente: “Cosa significa riservato ai viaggiatori con ridotta capacità motoria?”. In un autobus era scritto su una lunghissima targhetta in corrispondenza del posto per gli invalidi. Invalido. Che c’è di offensivo, irriguardoso, indelicato in questa semplice eppur nobile parola, ferocemente cancellata dal lessico orale e scritto dei buonisti? A Parigi, “les Invalides” è addirittura un glorioso toponimo: riguarda una strada, un ponte, un monumentale edificio, ex ricovero per feriti di guerra, che ora ospita i resti dei Grandi di Francia. Non ridereste all’idea che Napoleone, invece che “aux Invalides”, riposi in una tomba di porfido “aux Personnes à Réduite Capacité Motrice”?

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