Lunedì 22 Gennaio 2018 - 1:44

Da Roma a Napoli con alberi e “storie”

Opinionista: 

Ermanno Corsi

Due abeti esprimono bene, non solo metaforicamente, la condizione sociale di due grandi città nel momento in cui si è “inaugurato” il nuovo anno. Emblematici i loro nomi: Spelacchio e Sparicchio. Nella Capitale (definita caput immundi per le sconcertanti criticità che vengono fuori), l’abete rinsecchito di piazza Venezia (un tempo luogo dei super celebrati “trionfi”), è come se all’improvviso avesse assunto corpo e voce per emettere - e molti giurano di averli sentiti - spernacchi nella direzione del Campidoglio: Sindaco, Giunta e Consiglio comunale. Assunta questa funzione civica, il povero Spelacchio finirà quasi in gloria: è stato proposto di conservarlo, appena smontato, in un museo. “A futura memoria”, nella speranza che la memoria abbia un futuro. Nella terza città d’Italia Sparicchio ha anch’esso un preciso, inquietante significato: progressivamente “sparisce” un altro po’ di quel minimo di qualità della vita che, invece di essere salvaguardato, sembra avere come unico destino dover essere amaramente rimpianto. Una discarica il desolante luogo di arrivo per l’alberello della “fu gloriosa” Galleria Umberto primo. *** SINDACI A CONFRONTO. Chi sa se alle orecchie della “prima cittadina” di Roma è mai giunta la inaffettuosa espressione di Enzo De Luca (proprio lui e non nella versione di Crozza) quando parla di “immacolata freschezza e virginità”. Ora la “prima cittadina” di Roma deve vedersela, a giugno, con il processo per direttissima in uno scenario di false dichiarazioni agli inquirenti e conflitto di interessi. Poi ci sono le nuvole gravide di pioggia torrenziale che si addensano sul Campidoglio: l’enorme massa di rifiuti che hanno riempito le strade di tante “colline del disonore”. In un primo tempo una fetta si era patteggiato di mandarla in Emilia Romagna, pronta a ospitarla. Però a Donna Virginia qualcuno ha tirato le orecchie: ma come, invocare aiuto alla più “rossa” delle regioni? Mentre erano già in treno, gli orgogliosi rifiuti capitolini hanno fatto marcia indietro. A marzo Roma vota per Politiche e Regione. Nel libro “Un Paese a 5 Stelle” il giornalista parlamentare Mimmo Del Giudice riporta una dichiarazione della pentastellata Annalisa Taverna, sorella della senatrice Paola, che alla Raggi dice: “Ogni tua mossa è fatta a posta per farti cacciare a calci in culo e farci perdere Roma”. *** ROMA PIANGE MA NAPOLI NON RIDE. La città resta “velata” soltanto nel film, a tratti enigmatico, di Ferzan Ozpetek. Ma un punto è acquisito: più che la razionalità prevale la follia. Si può andare avanti con la Corte dei Conti che contesta la maggior parte delle voci di bilancio,rileva che si spende più di quanto si dispone. De Magistris ha impugnato la bacchetta di “Sik Sik l’artefice magico” con la differenza che in Eduardo il mago fa sorridere, a Palazzo San Giacomo diventa una pesante caricatura. Alle soglie del crack finanziario, il Governo Gentiloni (ma alle sue spalle non c’è quel Renzi che l’ineffabile Sindaco aveva mandato a quel Paese?) ha varato lo spalma debiti: un respiro ventennale per rientrare nella correttezza amministrativa. Dema avrebbe voluto una “spalmatura” di trent’anni. Roma ha detto no. I debiti ricadranno sulle spalle dei poveri Sindaci che, fino al 2040, siederanno (molto poco comodamente) sulle spine di Palazzo san Giacomo. Caro Dema, hai vinto una grande battaglia: dopo di te il diluvio! Intanto, però, la Sezione fallimentare del Tribunale nomina 3 Commissari nel tentativo di salvare l’Azienda della “mobilità” in una città che più immobile non potrebbe. *** DA SALOTTO A TERRA DI NESSUNO. O, meglio, di chi se ne vuole appropriare. La guerra al povero abete - rubato, vandalizzato, rirubato, infine distrutto e a pezzi gettato in una discarica (nemmeno l’onore di essere “bruciato vivo” a Capodanno!) - è sintomatica. Qualcuno ha deciso: quell’alberello lì non c’ha da stare, niente bigliettini o pizzini, niente desideri da esprimere o messaggi per Babbo Natale. Le baby gang non vanno per il sottile: le loro parole sono le pallottole sputate da pistole e kalasnikov, i “ragionamenti” sono le “stese” che terrorizzano i passanti (avvertimenti prima che si spari a chi si coglie si coglie). Un crescendo di violenza con le movide delinquenziali e senza più freni inibitori. La brutalità comportamentale unisce le leve giovanili più di quanto non dividano le differenze sociali. *** CAPIRE LE RAGIONI. Le nuove generazioni sono portatrici, a Napoli più che altrove, di una carica protestataria che rischia di non avere più argini. L’abete e le “stese” ricordano Agostino ‘o pazzo: il 18enne Antonio Mellino che nell’estate 1970 per 4 notti tenne in scacco la polizia sbeffeggiandola con le sue acrobazie su una potente moto. Scendeva dai vicoli e risaliva senza che gli agenti potessero fermarlo. All’inizio sembrava uno scherzo da circo equestre. Poi si comprese che gli abitanti dei quartieri solidarizzavano con lui perché avversavano la repressione del contrabbando di “bionde”, furti e scippi. La Questura riuscì a vincere. Ora sembra lasciata sola. Siamo tanto avanti nell’analisi del fenomeno, ma indietro nelle modalità da attuare a tutto campo (prevenzione e repressione, lavoro per i giovani,scuola anche per rieducare i genitori,servizi sociali dalla sanità ai trasporti, più sostegni alla cultura). *** PER UN NUOVO 25 DICEMBRE. Perchè ancora/tu scendi dalle stelle/e non povero uomo/tu sali da loro?/Non hai curiosità/ di vedere che c’è al di sopra /o gli abbagliamenti/ti folgorano gli occhi?/Prima si saliva/con angeliche devozioni/perché adesso/ci portano i droni?/Sono loro i nuovi/angeli custodi?/.

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