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Far vincere l’antipolitica per stabilizzare il quadro politico. È un paradosso. Ma è solo apparente. La vicenda Marino travalica ampiamente i pur larghi confini romani, e rivela la strategia che Renzi porterà avanti nei prossimi mesi: da un lato consolidare l’alternativa tra Pd e M5S, nella convinzione che questa possa favorirlo; dall’altro dimostrare che nel suo partito lui è l’unico ad avere le carte in regola per raccogliere il consenso. Il resto, quelli che una volta si chiamavano cacicchi locali, nella migliore delle ipotesi sono degli inetti in grado solo di far danni. Marino docet. E pazienza se a blindare l’ex sindaco di Roma era stato lo stesso Renzi, salvo fucilarlo quando ha capito che rischiava di affondare con lui. Per questo nei prossimi mesi assisteremo ad un premier tutto teso alla ricerca di uomini forti cui affidare il compito di guidare il partito della Nazione alle Amministrative. Solo a Roma e Milano però. Perché se è vero che al capo del Governo dei territori importa poco o nulla, a maggior ragione Renzi sembra deciso ad abbandonare Napoli al proprio destino. Troppi rischi da correre per uno abituato a vincere facile. All’ombra del Vesuvio, infatti, la rottamazione rischia il più clamoroso dei fallimenti, con De Luca governatore sotto la spada di Damocle della sospensione per la legge Severino, e addirittura con il possibile ritorno di Bassolino alla testa del Pd nel voto per palazzo San Giacomo. Se così fosse, del finto rinnovamento renziano (in realtà mai cominciato) non resterebbe neanche l’apparenza. Meglio dunque tenersene alla larga. Il caos romano dimostra ancora una volta che non appena Renzi si confronta con i problemi reali emerge tutta la sua inconsistenza. Fino a quando si tratta di tenere il comando a colpi di tweet e alla guida di un corteo composto da amici, parenti e affini, il premier si mostra imbattibile; ma quando ci si deve confrontare con i problemi veri e operare in situazioni difficili, allora viene fuori tutta l’incapacità di gestire. Il caso Roma è solo l’ultimo in ordine di tempo. Era già accaduto in Liguria, Veneto e nella stessa Campania. Tuttavia, dalla sua l’ex sindaco di Firenze ha il fatto di giocare una partita praticamente senza avversari. Finanche in Campidoglio, dove il Pd sta facendo di tutto per far trionfare l’antipolitica, M5S quasi non sembra aver voglia di vincere, consapevole che il fallimento di una difficilissima sfida di governo nella Capitale metterebbe a repentaglio la sopravvivenza stessa del Movimento. E consentirebbe a Renzi di presentarsi come l’unico salvatore della Patria. Pur con tutti i suoi limiti - e con il centrodestra ridotto a un cimitero - farebbe la figura di un gigante. A conti fatti, una vittoria di Grillo a Roma sarebbe salutare per il Pd, perché contribuirebbe a stabilizzare il quadro politico renziano. Ovvio che in un tale disastro, praticamente privo di alternative, i sondaggi dicano che ormai solo poco più della metà degli elettori è intenzionata a recarsi alle urne. Un dato che sancisce l’ingresso dell’Italia nell’era della democrazia di minoranza. L’ideale per uno che aspira a governare 20 anni con meno del 30% dei voti.