Mercoledì 21 Novembre 2018 - 21:16

Dal serpente Corallo al serpente Gasdotto

Opinionista: 

Ermanno Corsi

Il primo è un corpo lungo e sinuoso, multicolore, fatto di bande rosa e gialle, separate da anelli cromatici. Ne fanno dolorosa esperienza gli abitanti dei luoghi in cui è più minacciosamente diffuso, il Messico e gli Stati Uniti. Bello e attraente a vedersi, è molto pericoloso, specie nei mesi autunnali, se se ne viene toccati o morsi. Nel significato metaforico esprime i danni che possono derivare da veleni che, tenuti sotto traccia, all’improvviso erompono, si fanno sentire creando problemi di non facile soluzione. Quanto veleno (politico naturalmente) del “serpente Corallo” si è infiltrato nel Gasdotto che, dall’Azerbaigian, è arrivato davanti alla costa della Puglia italiana ma non riesce ad approdarvi? *** Da Baku a Napoli. Come si sa, a sud della capitale azerbaigiana nel mar Caspio, c’è il giacimento di gas naturale Shah Denir, uno dei più grandi dell’Europa orientale e ora nostra fonte energetica. Ma perché ricordare Bakù? Perché questa città è gemellata dal 1972 con Napoli (sindaco Gerardo De Michele). Si fece allora una singolare scoperta. Se si voleva avere un’idea di come era Posillipo prima della colata cementizia dal secondo dopoguerra in poi, come il promontorio partenopeo a forma di coccodrillo scendeva verso il mare coperto di verde e senza il carico di case che si portava addosso, bè non era più necessario consultare gli archivi fotografici (Alinari, Carbone o Troncone); bastava andare a Bakù (“dove splende il sole”), capitale della repubblica transcaucasica allora sotto il regime sovietico. Il suo promontorio scendeva a mare, ma naturalmente intatto e ben conservato, come non era più per noi Posillipo. Fu spontaneo il gemellaggio con la città dove “il fuoco che esce dalle viscere della terra illumina i templi color sabbia”. A Scampia c’è ora via Bakù e a Bakù piazza Napoli. *** Da Bakù a San Foca. Lungo 878 chilometri, il gasdotto trans adriatico (vero nome Trans Adriatic Pipeline) fa un bel viaggio senza intoppi e resistenze, protetto da accordi internazionali. Nel rispetto del sovranazionale crono programma, attraversa Turchia, Grecia e Albania. Vede di ora in ora “avvicinarsi” sempre più i due mari, il Caspio e l’Adriatico. Ma è man mano che si avvicina all’Italia che la terra comincia a “tremare” di polemiche e contrapposizioni ostili. La loro “esplosione” tocca il punto più alto proprio a San Foca, nel salentino. Qui c’è una costa frastagliata con scogli caratteristici e “praterie” di Posidonia. Al largo, nelle acque adriatiche, sulla nave Saint Vernant operai specializzati analizzano i fondali e installano le prime “parancole” sottomarine. Si lavora a 25 metri di profondità in modo da proteggere flora e fauna senza arrecare danni alla natura. *** I guasti della politica. La resistenza ambientalista, nella difesa degli ulivi che rischiavano l’abbattimento, parte dal comune di Melendugno, si estende alle due province di Lecce e Brindisi, coinvolge rapidamente tutta la Puglia. Si va alle politiche del 4 marzo e i grillini, Luigi Di Maio in testa, vedono nella rivolta contro il gasdotto l’occasione d’oro per fare il pieno dei voti (“con noi al Governo, nemmeno un ulivo sarà toccato e in due settimane il gas caucasico tornerà indietro”). Arrivati però a Palazzo Chigi, si rendono conto che, in campagna elettorale, si può anche promettere la luna nel pozzo, ma sempre che almeno il pozzo ci sia. Le facili promesse sono come i conti: difficilmente tornano. Il primo a proclamare che il gasdotto si farà, è proprio il premier Conte (ci sono impegni sottoscritti da aziende, bisogna ridurre la dipendenza dalla Russia per il fabbisogno energetico, l’Italia risparmierà un bel po’ di soldi…). Di Maio spiega il voltafaccia agli ambientalisti con le forti sanzioni da pagare (20 miliardi?). Ma lo smentisce l’ex ministro Carlo Calenda. Nel libro “Orizzonti selvaggi, capire la paura e ritrovare il coraggio”, fa notare che non esistono penali per lo Stato italiano perché non ci sono contratti che lo coinvolgono, né finanziamenti promessi (“è il grado di ignoranza grillina che lascia sgomenti”). *** La Torre della protesta. È l’imponente costruzione cinquecentesca che domina, a San Foca di Melendugno, un lungo tratto di litorale. Ai suoi piedi, e tutt’intorno, è scoppiata la ribellione antigrillina: un “big bang a cinque stelle”, come si dice. Non va giù il voltafaccia. ”Prima delle elezioni -parla con voce dura il leader No Tap Gianluca Maggiore - promettono che, appena entrati a Palazzo Chigi, il gasdotto se ne torna dove è venuto. Ora ci dicono che non sapevano quanto era difficile. Basta promettere a vanvera solo per strappare voti”. Il vento di scirocco soffia forte. Ma le voci della rabbia si sentono da lontano, mentre vengono bruciate bandiere pentastellate (spettacolo che sempre deprime quando il fuoco divora simboli della politica). Si gettano nel fuoco tessere elettorali e foto dei parlamentari pugliesi eletti a Camera e Senato. Urlata a gran voce la richiesta delle loro dimissioni, a cominciare dal ministro per il Sud Barbara Lezzi il cui none viene scandito con rabbia insistita. *** Chi vince e chi perde.Su un manifesto a colori spicca la scritta “avete le stelle ma non le palle”. Semplice goliardismo? Il risentimento attraversa ora tutta la Regione. Michele Emiliano, il presidente pugliese, confessa: ”Eravamo convinti di avere finalmente, con il nuovo Governo, un interlocutore non soggetto alle lobby. Invece, questi, in poche settimane si sono fatti addomesticare. Le lobby li hanno mangiati. Così sono stato ingannato anch’io”.  

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