Venerdì 24 Novembre 2017 - 12:20

Desolante scenario di un Pd da rifondare

Opinionista: 

Michele Di Salvo

Quando mi candidai in alternativa (più che contro) a De Luca e Cozzolino presentai un ricordo alla commissione per le primarie facendo nelsommessamente notare che l’attuale governatore aveva presentato un numero di firme a sostegno della sua candidatura superiore al numero di tutti gli iscritti in tutta la regione Campania. L’allora presidente della commissione, Tonino Amato (sostituito in consiglio regionale dalla figlia Enza), rispose – con tanto di verbale su carta intestata Pd – che era vero, ma che “comunque quelle persone avevano tempo per iscriversi”, poco conta se a primarie avvenute e senza verifica. All’epoca Roma rispose anche che non poteva entrare nel merito di “vicende locali”. E, sempre all’epoca, non ricordo nessuno dei nomi oggi in lizza che si “indignò” oltre che per la circostanza quantomeno per la singolare risposta. Prendo ad esempio questo “aneddoto personale” per evidenziare come tutto quanto sta accadendo in questi giorni non stupisce affatto. Ma che anzi conferma una regola che abbraccia il Pd campano dalla sua genesi, ed è appunto tautologicamente la “questione delle regole”. I regolamenti per se stessi dovrebbero essere garanzia di trasparenza dei processi decisionali ed elettorali: garanzia per candidati, per iscritti, per coloro che ricoprono ruoli e incarichi. Il rispetto delle regole mette “tutti al sicuro” e da certezza di risultato e legittimazione allo stesso. Hanno cioè una dimensione “atemporale” e oggettiva. Nel Pd invece le regole assumono una dimensione soggettiva – nella loro scrittura come nella loro interpretazione – e seguono un po’ le mode e i desiderata dei candidati del momento, divenendo strumento di estromissione di qualcuno e di lotta politica interna. Desolante scenario e contesto per un partito che si definisce appunto “democratico” , che annovera tra iscritti dirigenti e simpatizzanti un discreto numero di giuristi. La vicenda di queste ore è drammaticamente molto semplice. Nel partito in cui alle primarie per il sindaco di Napoli nemmeno le irregolarità filmate hanno fatto ripensare all’applicazione delle regole avviene che sabato sera tardi (il giorno prima del voto) il vicesegretario nazionale Maurizio Martina rinviasse di una settimana il voto napoletano. Ieri mattina (alle ore 11 a mezzo agenzia, il giorno stesso del voto) Andrea Rossi, membro della segreteria e responsabile dell’organizzazione, smentisce Martina e conferma il voto. Sì, sempre a Napoli. La questione era legata alla platea elettorale: votano anche gli iscritti 2017? Se non votano, perché? Ci si rifà all’anagrafe 2016? Molti sostengono sia inaffidabile e per alcuni versi anche irregolare. Nessuno fa caso al dettaglio che se l’anagrafe 2016 è – come molti denunciano – irregolare, quella era la stessa anagrafe con cui si è eletta l’assemblea nazionale, e quindi anche la direzione e il segretario. Ma appunto, è questione di regole, e siamo nel Pd napoletano, e qui, ancora una volta, le regole non sono oggettive e trasparenti, ma sono strumento di lotta politica. In un partito che anche per questo ha allontanato iscritti, simpatizzanti, militanti ed elettori, e si è ridotto all’11% dei consensi. In tutto questo abbiamo una certezza però. Lunedì fioccherà ogni genere di polemica e tendenzialmente anche ricorso. Dopo una lunga notte di bagarre. Molte sezioni sono chiuse, e non si capisce quegli iscritti se e dove voteranno. Chiunque potrà dire di aver perso per queste polemiche o di aver vinto nonostante queste polemiche e la confusione di tante conferme e smentite. In un partito da rifondare, in cui nessuno dei candidati può seriamente e serenamente affermare di non aver avuto ruoli nella scrittura di quelle regole e nella gestione di quelle anagrafi di iscritti, c’è un’altra conferma: il lanciafiamme che molti hanno annunciato nessuno potrà sognarsi nemmeno di pensare di prenderlo in mano. Gattopardescamente parlando, tutto deve cambiare perché davvero nulla – ancora una volta – cambi.

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