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Maradona è grande, Higuaìn è il suo profeta. Il confronto impossibile comincia ad avere un senso – a non suonare a bestemmia direbbe Sarri – stabilendo storicamente le dimensioni dei due argentini, il Divino e il Fenomeno. Il Divino Diego è irripetibile, forse come il suo tempo, visto che lo ricordiamo protagonista di una sfida eccellente con Roi Platini e altri mostri sacri del campionato che allora era il più bello del mondo. Gonzalo è un fenomeno – resuscito a ragion veduta la definizione che si dette di Ronaldo - nonostante sia avvolto da un velo di normalità che ne riduce l’immagine eroica; perché è un uomo vero, non un attore, e produce spettacolo con sorrisi contenuti, racconta la sua favola con un tono raccolto e suadente, realizza gol con una semplicità disarmante, senza quei voli folli che meriterebbero l’accompagnamento di un urlo tardelliano. Duecento gol hanno raccontato cronisti argentini, spagnoli e italici, settantacinque ne cantano i napoletani – sempre riferendosi alla sua attività di club, River, Real e Napoli – che oggi possono anche risolvere un dolce dubbio spesso presente nel dibattito tifoso: a rendimento, non nell’immagine ch’era fantastica, ammaliante, El Pipita Higuaìn ha superato El Matador Cavani. E oggi merita un titolo in più: è un condottiero da scudetto. Il campionato finto/povero ha protagoniste di buon livello come l’Inter, la Roma, la Fiorentina e la risorgente Juve (il Milan è stato bruciato dal Mago Reja) ma nessuna di queste squadre ha un bomber di valore come Gonzalo peraltro inserito in un complesso che solo raramente – come ieri – s’accontenta dei suoi gol spesso decisivi. Sarebbe infatti sbagliato tradurre l’esaltazione di un campione in un limite della sua squadra, in verità dotata del miglior gioco possibile: palleggio elegante ma non frivolo, insomma tutta sostanza; fraseggio rapido e ficcante, un movimento instancabile finalizzato ai gol che arrivano a grappoli, in Italia come in Europa, esaltando i singoli e il gruppo. Fra gli avversari, non mi convince ancora la Roma che nel derby ha fatto centro anche grazie all’arbitro che le ha regalato un rigore ma in pratica non è parsa decisamente superiore alla Lazio; resta ancora un mistero – almeno per me – la Fiorentina, mentre è palese il disegno di rinascita, ancorché difficoltosa, della Juve che potrebbe sbocciare a primavera come dice Allegri. L’alternativa vera al Napoli è l’Inter e mi sentirei di scommetterci su, ben sapendo che al girar dell’anno il campionato potrebbe assumere tutt’altra faccia, non per il mercato delle bufale ma per i segni del destino. L’Inter del finto non gioco, l’Inter del catenaccio ancora artigianale e non sublime come quello di Mourinho, l’Inter del gol solitario difeso sempre come fosse l’ultimo prima del crollo o quello decisivo per il tricolore. Ecco perché alla fine lodo questo campionato che mi fa godere un ampio racconto calcistico a diverse facce. Ieri il Napoli ha vinto soffrendo contro una Udinese bella e forte ch’è riuscita più d’una volta a strappargli il gioco, così come dura è stata la vita dell’Inter contro il roccioso Torino: meglio così che le goleade da festeggiamento. Di tre punti in tre punti – a forza di 1 a 0 – si può arrivare al tricolore.