Sabato 15 Dicembre 2018 - 1:50

Governo o elezioni: è l’ora della scelta

Opinionista: 

Orazio Abbamonte

Non sono poche le ragioni che hanno condotto all’attuale stallo nel precario quadro politico italiano. E sono il prodotto d’un complesso d’elementi, non imprevedibili, che posti in un medesimo contesto, hanno creato una situazione per venir fuori dalla quale è necessario esercitare autorità. Anzitutto, c’è la legge elettorale. A parte le autentiche assurdità che ha creato nella fase della sua attuazione – si ricorderà che per settimane non è stato possibile conoscere con sicurezza il nome degli eletti, e contenziosi copiosi sono poi fioriti. A parte ciò, è noto che, avendo stabilito un sistema in gran parte proporzionale con un premio di maggioranza previsto solo con un quorum molto elevato, la dirigenza politica della precedente legislatura (non diversa dall’attuale) ha destinato l’Italia all’empasse. Perché ha irresponsabilmente orchestrato affinché una maggioranza di governo non si formasse attraverso il voto politico, e si ricreasse quella situazione trasformistica ed in costante divenire che è tipica dei sistemi a base proporzionale. Insomma ha orchestrato per favorire le condizioni in cui manovrieri, tattici e politicanti dovrebbero farla da padroni. E già questo in un mondo che richiede ogn’ora celerità ed efficienza nei processi decisionali, in un Paese che brilla per il disimpegno degli apparati pubblici e per uno spiccato difetto nel senso delle istituzioni, è un merito non lieve da riconoscere a chi queste scelte ha miopemente compiute. Miopemente sì, perché – e questo mi pare il secondo fattore nell’attuale crisi – il quadro politico presenta elementi di rigidità particolarmente resistenti, costituiti dalla presenza d’una forza che si è affermata come antisistema, e dal serpeggiare di profonde tensioni politiche che favoriscono il formarsi di prese di posizione estreme. Per quanto il capo politico del M5S abbia potuto contorcersi per tentare di condurre in porto un accordo con Destra o Sinistra, che per lui sembra pari siano, è chiaro che è a capo d’una aggregazione politica che ha intrinseci limiti, i quali ostacolano alcune scelte e negoziazioni, pena la perdita del molto fuggevole consenso intorno ad essa coagulatosi. Con l’aggiunta che Luigi Di Maio praticamente non è nessuno sul piano politico: non solo per la scarsa capacità d’elaborazione della proposta politica: s’esprime in modi assai semplici, per non dire precari; e da un linguaggio a dir cauti elementare, difficilmente scaturiscono le idee complesse ed originali che oggi sarebbero necessarie. Ma soprattutto perché il suo peso politico è pari a zero. Con peso politico, intendo riferirmi alle risorse di cui egli dispone per guidare verso una qualche meta avanzata il suo elettorato e la stessa rappresentanza parlamentare insieme a lui eletta. Lo si sa, lo si avverte e lo s’è visto nell’ultima sceneggiata di Beppe Grillo, che ha rubato la scena a tutti, semplicemente reinterpretando le posizione più estreme del Movimento – quelle radicalmente antieuropee – non appena s’è reso conto che la (goffa) diplomazia dell’onorevole Di Maio era ad un tempo incapace di portarlo al governo del Paese e stava sgranando i consensi cospicui tanto agevolmente guadagnati sul terreno elettorale, quanto difficili da tenere insieme nel tempo lungo ed alla prova dei fatti. Ed infine, non però per rilievo, c’è l’intrinseca debolezza della Presidenza della Repubblica. È sin troppo evidente che il Presidente Sergio Mattarella non abbia sino ad oggi saputo o potuto esercitare quella necessaria pressione sulle forze politiche in conflitto, che costituiscono il proprio della sua carica. Una carica che non è affatto quella d’un arbitro imparziale, come si dice e si ripete; è piuttosto una carica molto partigiana, dovendo agire in favore delle istituzioni repubblicane, i cui interessi non sono affatto coincidenti con le singole forze politiche in campo e nemmeno con esse tutte insieme considerate. Perché l’interesse di ciascuna formazione è quella di raggiungere il potere in ogni modo che le risulti praticabile: di qui, spregiudicatezze, tatticismi, mosse a sorpresa e tutto l’armamentario di strumenti poveri e spesso anche volgari cui stiamo assistendo. L’interesse delle istituzioni repubblicane, invece, è quello della continuità dello Stato, della preservazione della stabilità e dell’efficienza dei centri di decisione politica. E questo non si garantisce con la trattativa ad oltranza, né con rituali evidentemente inutili che peggiorano le cose, trascinando anche le istituzioni nel gioco mediatico dei partiti politici. È da tempo venuta l’ora della scelta: quella dell’alternativa tra un Governo e le elezioni. E si può esser certi che un Governo, sia pure con un programma molto contenuto e, per il momento, con una prospettiva di durata non lunga, non ci sarà alcuna serie difficoltà ad allestirlo, confidando sul voto parlamentare. Non sarà l’optimum, ma meglio della farsa in atto, anche perché le farse, com’è noto, sono un genere che diverte solo quando breve.

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