Mercoledì 21 Novembre 2018 - 20:49

Il calvario giudiziario e il silenzio di Bassolino

Opinionista: 

Orazio Abbamonte

Le (ingiallite) pagine di questo giornale possono testimoniare che non sono mai stato compiacente con Antonio Bassolino. Giunto al comune con grandi profferte di novità nell’azione amministrativa e nella gestione del potere quando a correre era l’anno 1993 e la storia nazionale era già devastata dall’operazione Mani pulite, avrebbe forse potuto realmente distinguersi dai suoi predecessori e provarsi ad impiantare un modo d’esercizio delle pubbliche funzioni diverso da quello di coloro che l’avevano preceduto ed erano rimasti travolti dalle inchieste giudiziarie e dal disvalore che sempre più s’associava alle loro condotte clientelari ed alla corruttela. L’inizio ebbe buona parvenza; il prosieguo certificò nient’altro che un nuovo sistema di potere personalistico e fondato su imposizioni d’uomini molto discutibili nei luoghi del decidere, scelte amministrative inspiegabili, accettazione di compromessi d’ogni sorta, gestione finanziaria a dir poco disastrosa, perpetuazione d’antichi legami e negoziazioni politiche deteriori: il tutto, pur di non rischiare il potere e provarsi a provocare una reazione seria. Insomma, la stella polare è stata ancora una volta la conservazione della propria (inutile) posizione, mediante pratiche funzionali solo a ciò, dimèntiche che al potere si sta, o si dovrebbe stare, per i doveri che conferisce in vantaggio della comunità. Una sana ambizione, dovrebbe essere la motivazione personale, da appagarsi attraverso i successi raggiunti avvantaggiando il bene comune. Sarà utopia, ma la realtà che ci circonda dice qualcosa d’altro. Comunque, avrebbe potuto e non è stato. Detto ciò – mi pareva doveroso dato il tempo trascorso da quando su Antonio Bassolino non ponevo penna – la notizia che sia stato assolto dalla diciottesima imputazione elevata nei suoi confronti dalla Procura della Repubblica di Napoli (mi sfugge se anche altri pubblici accusatori, Corte dei conti a parte, si siano cimentati in tale lavorio) lascia attoniti sulla condizione che si vive quando s’è collocati in pubblici uffici di rilievo. Va anzitutto dato atto del dignitoso silenzio che ha accompagnato Antonio Bassolino in quello che si presenta come autentico calvario giudiziario. Non credo – anche se non posso escluderlo – che la sua carriera politica si sia conclusa per le vicende di giustizia: suppongo la sua ora pubblica sia suonata per la vicenda rifiuti, terribile esperienza della nostra Regione, a tutt’oggi irrisolta. Epperò, per chi ha cognizione di cosa sia l’indagine penale – di quanti condizionamenti determini nel quotidiano d’un uomo, di quanto tempo sottragga alla sua vita, agl’impegni, al pensiero libero e serenamente costruttivo – 18 indagini futili a suo carico sono un fardello ingiustificabile. Bassolino ha saputo muoversi bene ed ha saputo trovare i giusti difensori, ma questo significa solo che ha dovuto difendersi da un contesto giudiziario d’estrema difficoltà; non è invece un’attenuante per la Giustizia, meglio, per l’apparato giudiziario. Facile la risposta che un giusformalista darebbe: la sua vicenda è la prova del funzionamento delle garanzie. Nonostante 18 accuse, essendo innocente – aggiungerebbe, cinicamente – il sistema l’ha assolto. No, sul piano esistenziale – quello che poi conta per un uomo – non è affatto così: il sistema l’ha stritolato nelle sue spire e non gli porge nemmeno le scuse. Seppure servissero. Il sistema l’ha costretto ad anni di sofferenze psicologiche, di colloqui con difensori su penosi argomenti, d’interrogatori, udienze, ansie dell’attesa in completa solitudine. Insomma, il sistema restituisce un uomo diverso da quello che c’era prima, probabilmente anche colpito nel fisico. E tutto si chiude con la diciottesima assoluzione (o archiviazione). Ora, tutto questo può essere considerato di civiltà giuridica? Può ritenersi che una funzione giudiziaria, la quale persegue nelle sue varie articolazioni e con tanta ostinazione una persona che poi puntualmente risulta per lo stesso sistema incolpevole, eserciti quella funzione di correzione delle deviazioni, d’integrazione sociale, d’esemplare indicazione delle condotte dovute? O, al contrario, ha svolto una zelante, pervicace opera di diseducazione civile, come un tempo scriveva la Corte Costituzionale a proposito di talune leggi dello Stato? Semplicemente per esemplificare: chi mai volete che – animato da buone intenzioni ed essendo preso da amore per le istituzioni e la comunità dei cittadini – possa davvero coltivar l’idea d’impegnarsi nell’esercizio della politica? Chi mai crederete s’indirizzerà o, meglio, s’indirizza ad ambire a cariche pubbliche, con animo di disinteresse personale e con l’eletta aspirazione a elevare le difficilissime condizioni in cui versa la cosa pubblica, quanto meno per lasciarla in stato migliore di quello che vi troverà? Non voglio dire che ogni uomo politico al potere sia motivato da istinti predatori; ma almeno dev’essere dotato da un’abnegazione ed un autolesionismo superiori a quelli necessari per scegliere oggi la vita dell’anacoreta, senza neanche il dolce compenso del vivere lontani dalle miserie del mondo. È un ben strano Paese, quello in cui la giurisdizione allontana il cittadino dal culto delle sue istituzioni. Ma il Belpaese, bello quanto si voglia, è un ben strano paese.  

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