Martedì 12 Dicembre 2017 - 9:17

Il duro confronto tra Patria e Matria

Opinionista: 

Giuseppe Cacciatore

Michela Murgia, ben nota scrittrice sarda vincitrice del premio Campiello nel 2010 col romanzo Accabadora, ha scritto un originale e interessante articolo su “L’Espresso” di qualche giorno fa dal titolo . “Scandalosa Matria”, nel quale si riprende – a proposito del dibattito sul patriottismo - la provocatoria contrapposizione/relazione fra Patria e Matria. Naturalmente l’uso dell’espressione Matria ha suscitato non poche reazioni polemiche, a testimonianza di quanto le parole non usuali possano, in qualche caso, fungere da testa di ponte per rompere linguaggi cristallizzati nel dominio degli apparati ideologici e dei luoghi del potere. Si è perciò gridato allo scandalo costituito da un voler declassare e addirittura offendere l’idea di patria con i connessi appelli al patriottismo tradito. Naturalmente non pretendo che la maggioranza degli italiani (e credo purtroppo anche di non pochi politici) sappia che vi sono studi e ricerche di carattere socioantropologico che hanno studiato, a partire dal mondo arcaico, modelli di società basati sul predominio del sesso femminile su quello maschile. Né che si conosca, ad esempio, la grande opera su Il matriarcato del famoso storico e antropologo svizzero Bachofen che studiò a metà Ottocento le società matriarcali contraddistinte dal potere non solo politico, ma anche sociale e giuridico, delle donne sugli uomini. Ma non siamo più ai tempi primitivi dell’umanità e nessuno che abbia un minimo di buon senso può pensare che, in mancanza di forti riferimenti ideologici e culturali, si possa sostituire a un programma politico di lotte sociali e di classe quello della lotta del potere femminile (e quale? Visto il crescente livello su scala mondiale dei femminicidi e delle violenze sulle donne) contro quello maschile. Dunque, come giustamente suggerisce la Murgia, si tratta piuttosto di confronto, anche polemicamente duro, tra due opzioni politiche e non di un ritorno ancestrale alla guerra tra i sessi. E ciò è ben dimostrato dal fatto che in ambedue le opzioni in campo vi è un mescolamento di generi (e non solo maschili e femminili). Che ci possa e debba esserci una possibilità di aperta dialettica tra patria e matria è fatto ancor più necessario oggi, in presenza, in Italia come in Europa, di preoccupanti e pericolose tendenze razzistiche e neofasciste che legano l’amor di patria non alla ricerca di comuni idealità spesso smarrite (quelle stesse che fecero il Risorgimento d’Italia e la Resistenza) e tradite dalla “cattiva politica” degli ultimi decenni, ma a false immagini identitarie, per cui tutto ciò che è diverso (dal sesso, alla religione, alla razza, alla cultura, al colore della pelle, alla lingua) o deve essere respinto o omologato in modo forzato. La Matria, o il senso riposto di essa visibile nei tratti di gentilezza e insieme di caparbietà con cui si realizza il dialogo con l’altro diverso, potrebbe diventare l’antidoto di chi pensa che tutto si riduca all’amor di patria delle radici incontaminate – che amari e brutti ricordi tornano alla memoria – della razza, dell’identità della nazione. Forse è anche per questo che una legge civile e per nulla permissiva come lo ius soli non venga ancora approvata dal Parlamento e da partiti che antepongono il successo elettorale al rispetto di elementari diritti umani universali fondati originariamente sulla contaminazione virtuosa tra patria e matria.

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