Lunedì 17 Dicembre 2018 - 15:06

Il mancato rispetto della grammatica

Opinionista: 

Gerardo Mazziotti

Gli errori dei giornalisti televisivi e della carta stampata, e anche dei parlamentari e dei ministri, mi hanno indotto a riproporre la rubrica di un settimanale umoristico degli anni ’40. Quando parlano dei terroristi dell’Isis , e di AlQaida, che si fanno saltare in aria per compiere stragi di vittime innocenti, usano il termine “kamikaze”. Che è una parola giapponese, usata non più per riferirsi a un leggendario tifone che si dice abbia salvato il paese del Sol Levante da una flotta di invasione mongola nel 1281, ma è riferita agli attacchi suicidi eseguiti dai piloti nipponici su aerei carichi di esplosivo contro le navi americane verso la fine della seconda guerra mondiale. Perciò usare questo termine per i feroci criminali islamici mi pare scorretto oltre che offensivo per gli eroici piloti giapponesi. Per questi fanatici, bastardi, spietati seguaci dell’Islam bisogna usare la parola “terroristi”. La parola “clan” significa "progenie, discendenti" in gaelico scozzese. Ogni “clan” era un grande gruppo di persone, teoricamente una famiglia estesa, presumibilmente tutti discendenti da un unico progenitore e tutti legati da un patto di fedeltà al capo del clan. Nel corso del tempo, con il continuo mutamento dei confini del clan, con l'emigrazione e con i cambi di regime, cominciarono a essere formati da persone non imparentate tra loro e che portavano cognomi differenti. Sean Connery, scozzese, appartiene a un clan prestigioso, elevato alla dignità nobiliare dalla regina Elisabetta. E si arrabbierebbe molto se venisse a sapere che i giornalisti italiani usano la parola “clan” quando parlano di mafia, di camorra e di ‘ndrangheta invece di usare il termine corretto di “cosca”. Quello usato da due grandi scrittori, Leonardo Sciascia e Vittorio Paliotti, quando hanno scritto libri memorabili sulla mafia e sulla camorra. Tav è l’acronimo di “Treno ad Alta Velocità” e bisogna parlarne e scriverne con l’articolo maschile perché si riferisce al treno e non alla velocità. E Tap è l’acronimo inglese di “Transporter Associated with antigen Processing”, in italiano ” Trasportatore Associato con la processazione dell'Antigene” o più semplicemente “Traforo Adriatico Pipeline”. Per cui bisogna dire il Tav e il Tap. Invece dicono la Tav e la Tap tantissimi giornalisti. Cito per brevità Lilli Gruber di La7, Enrico Mentana direttore del telegiornale La7, Cesara Bonamici del Tg5, Barbara Palombelli del Tg4, Adele Ammendola del Tg2, Bianca Berlinguer di Rai3. E commettono lo stesso errore anche parlamentari di tutte le forze politiche, ministri del governo giallo verde e addirittura il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. I pentastellati di Grillo e Di Maio dicono “no alla Tav e no alla Tap”. Liberissimi di essere contrari a due opere di grande utilità per il Paese. Ma almeno dicano “no al Tav e no al Tap”. Lo esige il rispetto della grammatica. Il verbo che precede i participi “dovuto e potuto” è “avere” se quello che segue è “transitivo” e deve usarsi il verbo “essere” se è “intransitivo” . Perciò è corretto dire “sarei dovuto andarci” e “sarei potuto restare” ed è scorretto dire “ avrei dovuto andarci” e “ avrei potuto restare”. Fa eccezione il participio “voluto”: “avrei voluto andarci”, “avrei voluto rimanere” e così via. Per non metterli in imbarazzo evito di fare nomi dei giornalisti che ignorano questa regoletta che insegnavano alle elementari. Perciò mi limito a ricordare che un giornalista del settimanale Sette del Corriere della Sera, nel riferire di un incontro tra israeliani e palestinesi per regolare i loro rapporti sulla striscia di Gaza, ha scritto sul numero 14 dell’8 aprile 2016: “Avrebbe dovuto essere un incontro di pace e invece è fallito”. E a ricordare che il corrispondente da Berlino del Tg1 ha detto il 15 maggio 2018: “Macron non avrebbe mai dovuto andare a Berlino dalla Merkel”. Due errori grammaticali di cui vergognarsi.  

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