Sabato 16 Febbraio 2019 - 14:12

Il Paese allo sbando, occorre intervenire

Opinionista: 

Orazio Abbamonte

C’è un senso di sbandamento che attraversa il Paese. Se ne colgono i segni in giro e per ogni dove. La considerazione di cui gode l’ambito istituzionale è in evidente caduta ed i sintomi sono numerosissimi. Ma soprattutto sono presenti nella pubblica opinione, che ciascuno può misurare secondo la propria esperienza. A parte gli immancabili opportunisti che son dietro ogni Governo in carica per riceverne prebende ed utilità personali quasi sempre improduttive e parassitarie – segno anche questo di sfiducia – è difficile trovare qualcuno che si senta di prendere, almeno apertamente, le difese dell’Esecutivo. Ognuno può sperimentare su di sé la fondatezza dell’osservazione. Ma questo atteggiamento dominante nello spirito collettivo non è privo di gravissime conseguenze: un Paese è un’impresa comune e non s’è mai visto aver successo una cooperazione i cui animatori non credessero che il successo avrebbe loro arriso. Sono fallite molte imprese in cui s’era anche fortemente creduto; ma non mi risulta che l’atteggiamento apatico e l’assenza d’entusiasmi abbiano mai prodotto utili risultati. Ciò per la semplice ragione che l’individuo vive di motivazioni. Quando poi questa universale realtà la si declini nell’impresa pubblica, le cose sono ancor più gravi. Perché qui l’interesse che muove – la motivazione, appunto – non è immediatamente utilitaristico, nel senso che l’utile collettivo perviene ai singoli operatori solo in modo indiretto, mediato, lentamente visibile. Anzi, visibile solo per coloro che sono educati a vederlo. È per questa ragione che le istituzioni pubbliche necessitano d’una dimensione simbolica molto più robusta e coltivata delle imprese private. Là dove un’impresa ha bisogno d’elementi simbolici relativamente esili (un marchio, dei riconoscimenti economici per i dipendenti, dei gadget che facciano sentire accomunati), mentre pretende assolutamente successo negli obiettivi; l’impresa pubblica, oltre a dover avere successo – altrimenti la coesione sociale salta – deve anche avere forti occasioni aggreganti: riti collettivi, manifestazioni pubbliche, cerimoniali, procedure, onorificenze, culto istituzionale. Insomma, uno Stato, per essere tale, deve farsi riconoscere come austero, rassicurante, forte e deciso nelle proprie determinazioni, stabile nelle acquisizioni, garante delle posizioni raggiunte. Deve alimentare coesione, rifuggire l’odio sociale. Ora, tutto ciò è da lungo periodo che vien sottoposto a dileggio. All’interno della compagine governativa, senza alcuna considerazione dell’interesse dei cittadini, della credibilità internazionale, della finanza pubblica, su questioni decisive per l’indirizzo politico si litiga cotidie sui quotidiani, nei talk-show, per ogni dove. I due vice-presidenti del Consiglio non mancano di affermare un fatto ed il suo contrario, talora negando l’evidenza con banale gioco degli equivoci: come nel caso del vice-premier Di Maio, che ha negato l’esistenza fisica del tunnel della Tav Torino- Lione (visitato dal vice-premier Salvini), solo perché quello il cui scavo è in corso in territorio italiano ha funzione strumentale all’altro al cui interno dovrebbe transitare il treno. Un uso inopportuno delle insegne dello Stato – quello di Salvini, con la divisa da poliziotto (mentre sono i poliziotti in realtà a proteggere lui) – fa sì che la possibilità – occasionale – d’indossarle per onorarle, venga invece piegata alla personale rappresentazione politica dell’uomo. Un esercizio scomposto del potere di nomina ad importanti incarichi istituzionali, svilisce il senso e la credibilità degli uomini che poi quelle istituzioni dovrebbero nel prosieguo credibilmente impersonare. Il quasi analfabetismo di numerosi politici e parlamentari che raramente riescono ad accordare genere e numero in frasi anche elementari – per non parlare dei conflitti sintattici e degli storpiamenti di venerati lemmi – costituisce ormai materiale per godibilissime gag. Il litigio quotidiano a livello internazionale su questioni che s’affrontano unicamente con lo sguardo all’ignaro elettorato interno – ignaro delle disastrose conseguenze d’un simile operare – mostra l’irresponsabile incuranza per gli interessi veri del Paese. E si potrebbe continuare con giaculatorie cariche di tante altre minute esemplificazioni. Per dirne una: il paradossale svillaneggiamento della Crusca, rea d’aver ricordato che il verbo “scendere” non tollera l’uso transitivo. Ma sarebbe inutile. Io credo che il danno in corso avrà durature conseguenze se non si riuscirà in breve a reagire. Nessuno Stato può perdurare, quando le sue basi costitutive siano minate in radice. Certo, tutto può metabolizzarsi, ma l’organismo alla lunga s’avvelena.

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