Martedì 19 Giugno 2018 - 16:13

Il popolo questuante del regno dei 5 Stelle

Opinionista: 

Pasquale Mastrangelo

C’era una volta il Regno delle Due Sicilie, poi Garibaldi e i suoi mille lo cancellarono facendo leva su nuove libertà, false idee d’eguaglianza sociale. Pie illusioni presto svanite nel carniere del colonialismo meridionale dei Savoia. Epigoni storici, costoro, di un pragmatismo ed un conservatorismo sociale che attingeva le proprie radici dal contesto agrario e commerciale di un Piemonte troppo avvezzo alle transumanze di confine con Francia e Svizzera. Negli anni, tra regni e repubbliche abbiamo ideato, idealizzato e distrutto, a nostro piacimento, la “questione meridionale”, il più iniquo alibi mai usato da storici ed economisti di qualsiasi schieramento pro o contro questa metà geografica della penisola, che ha consentito ai partiti di saccheggiare voti e alla popolazione del sud, oggetto di "deportazioni legalizzate", malversazioni di fondi, colpevolmente adùsa all'assistenzialismo atavico, di frantumare la propria dignità. Sardegna a parte, è inquietante osservare quel coloro giallo omogeneo che delimita al 99,90%, con qualche “spruzzata” di leghismo becero, i confini del feudale regno borbonico oggi soppiantato dal regno dei 5 Stelle. È un ritorno al passato, il segno di uno stallo sociale ed economico che non ci fa onore, e che apre ad amare considerazioni su quanto realmente sia “cresciuto” il Sud in quanto a dignità, autonomia decisionale e motivazioni culturali, e sullo scempio che generazioni di classi dirigenti e politiche abbiano compiuto in nome di un falso progresso. Il malessere ereditario, il timore sulla sicurezza del posto di lavoro e sul pericolo che altri “schiavi” immigrati si fossero potuti sostituire e soccombere al “caporalato” secolare di un popolo questuante, hanno colpito nel segno. Più che in altre regioni d'Italia, il Meridione continua a fare i conti con il sistema dei don, dei vossignoria, dei ras locali, dei sua eccellenza, che hanno contribuito a rafforzare il potere mafioso, camorristico, della 'ndrangheta, dei potentati elettorali, e il voto di domenica conferma l'incapacità di una scelta civica, culturale e di dignità, l'inadeguatezza di una maggioranza popolare ad essere artefice delle proprie fortune e del proprio destino. I Caf e le agenzie di collocamento sono già invasi da domande per il sussidio statale promesso, per il reddito di cittadinanza che il M5S ha sbandierato come la panacea delle ambasce esistenziali del popolo. Fa male e delude che questa massa di votanti di protesta e disoccupati non si sia manco informata di quali risultati il “movimento degli uffici di collocamento” abbia ottenuto laddove è stato al potere: il nulla, l'incompetenza e il fallimento. Ma ai 5 Stelle è bastato smussare gli spigoli grillini del “vaffa”, individuare, tramite primarie in rete taroccate e pilotate, il nuovo Masaniello in giacca e cravatta da Pomigliano, territorio prediletto delle battaglie metalmeccaniche contro il potere padronale Fiat, per ammaliare un popolo stanco, ormai svuotato di qualsiasi afflato idealistico. Sabato scorso avevo commentato su queste pagine la mancanza di qualsiasi progetto innovativo, realmente programmatico per Napoli e per il sud nelle “agende” dei cosiddetti leaders. La risposta è tutta in quel voto tinto di giallo. Non è un voto epocale, come si tende ad enfatizzare nei commenti dei tanti “addetti ai lavori”, è soltanto il “continuum” di una tradizione subculturale e mediocre che ha registrato in più di un secolo il malcostume dei bottini elettorali giolittiani, dei fasci littori, dell'Uomo Qualunque, del Laurismo, della Dc, di Forza Italia, e l'assenza di un'empatìa politica con la sinistra storica socialista e dove il pensiero liberale è stato fagocitato. Non siamo in grado di generare una rivoluzione sociale che getti le basi per implementare le incredibili risorse inespresse ed inascoltate, perchè non riusciamo a liberarci da questa atavica iattura, un brigantismo di facciata che ci mortifica, e siamo perciò alla continua ricerca del nuovo demiurgo che ci affranchi. Illudendoci di aver fatto la storia, non ci rendiamo conto che quando il tempo del sussidio sarà finito, si ritornerà al voto ed ad un'altra inutile speranza, cioè presto.  

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