Martedì 16 Ottobre 2018 - 18:14

Il potere di una foto e lo tsunami del tempo

Opinionista: 

Giuseppe Scalera

L’idea non è nuova ma conserva sempre la traccia di un interesse antico. Impegnati, come siamo, ad archiviare convenientemente il secolo breve, quel Novecento che ha cambiato tante storie, ecco che lo spazio della fotografia si dilata, prende corpo, guadagna costantemente territori nuovi. Tutti vogliono leggere il proprio passato, tutti vogliono comprendere le proprie radici. È un fenomeno che, probabilmente, va molto al di là della foto di cronaca, importante nel fissare un momento, un attimo di particolare rilievo, ma oggettivamente poco incline ad esplorare, a scavare tra le pieghe delle famiglie locali di quel periodo, a vivere il quotidiano che le accompagna. E, soprattutto nel Mezzogiorno, questa ricerca appare difficile. Perché fino agli anni ’70 del Novecento, la foto era vista come un elemento per certi versi lontano, estraneo. Qualcosa da scattare nelle occasioni importanti, un ricordo legato alle pagine essenziali della vita : battesimi, comunioni, matrimoni. Al limite, lo scatto nello studio fotografico con l’intera famiglia elegantemente schierata, magari in una cornice cartonata formato cabinet, come quelli che si osservano ancora dietro le antiche vetrine del Museo di Napoli a Materdei, tutto qui. Il resto della vita, l’impegno di tutti i giorni era un fluire distratto che pochi avevano il tempo di fissare. Per non parlare del materiale audiovisivo, in quell’epoca disponibile solo per i veri appassionati, quelli che faticosamente attraverso le piccole telecamere di allora, filmavano in Super 8 per sperimentare il sorriso e lo stupore dei propri cari all’ atto della proiezione. Alcuni, addirittura, preferivano, in quel periodo, dribblare qualsiasi ripresa, evitare anche la fotografia. Come i primi indiani d’America davanti ad un fotoreporter. Pronti a credere che quello scatto gli portasse via un pezzo di vita. Credenze, vi sembrerà strano, che qualcuno coltiva ancor oggi, in silenzio, nascostamente. Nel frattempo, tutto si è evoluto. Dalla fotografia dei giorni di festa, si è passati, ormai, attraverso i cellulari, a scattare foto ad ogni ora del giorno e della notte, in un enciclopedico pullulare di sguardi, di corpi, di paesaggi. I social network sono l’archivio di questa esplosione di immagini, qualcosa che oggi c’è, che probabilmente resta per qualche tempo, fino a quando, chissà. Oggi diventa banalmente facile costruire qualsiasi album generazionale, tematico, categoriale. In controtendenza rispetto al passato. Ecco perché, soprattutto nel Sud, ci si affanna a ricostruire rapidamente il nostro passato. Perché lo tsunami del tempo rischia di lasciarci come gli ultimi della fila, senza nessuno dietro, senza il valore delle nostre storie e dei nostri confusi ricordi.

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