Domenica 25 Giugno 2017 - 2:27

Il Sud penalizzato da Stato e Regioni

Opinionista: 

Aldo de Francesco

Da quando nel 1960 vi fu l’annessione del regno di Napoli al Piemonte, primo passo per la unificazione del Paese, completata poi dalla presa di Porta Pia del 1870, mentre si raggiungeva un traguardo storico, nasceva anche “la madre di tutti i problemi”: la questione meridionale. Nessuno si illuse che un’operazione del genere potesse liquidarsi con l’accondiscendenza del Sud, che si mutò addirittura in radicale ostilità, per colpa dei primi governi unificati, responsabili di una legislazione sfacciatamente antimeridionalista. Oltre a forti penalizzazioni fiscali, pesarono molto anche quelle infrastrutturali. Napoli, la ex capitale borbonica, fu isolata, e isolando Napoli, fu preclusa ogni opportunità di crescita al Sud. Questo significò: indigenza, spopolamento, emigrazione. Soprattutto carenza di una classe dirigente, comunque diversa da come l’avevano auspicata i vari meridionalisti, capace cioè di sapersi affrancare da atavici disagi, di guidare uno sviluppo autonomo, attraverso un’audace spinta auto propulsiva, non aspettandosi miracoli dall’alto. Ora senza presumere di ridurre in poche battute un processo, così importante, alla questione meridionale; dopo oltre un secolo e mezzo dall’Unità d’Italia, dobbiamo convenire che non c’è certo da bearsi per come sono giunte a stare le cose. Molto male. Non siamo noi a dirlo: sono gli ultimi dati statistici su cui non si può barare. Il divario tra Nord e Sud, invece di ridursi, è aumentato e la piaga dell’emigrazione - iniziata verso la fine dell’800, continuata nel primo ‘900 e negli anni ’50, attenuatasi negli anni ’60 - è ripresa agli inizi del terzo millennio, in maniera sconfortante, da esodo biblico. Si badi, non solo una emigrazione di “braccia” ma qualificata di “cervelli”, che non trovano qui da noi opportunità né di esprimersi, né di realizzarsi come meriterebbero. Pur riconoscendo, quanto di positivo fatto dalla Cassa per il Mezzogiorno, nell’arco di oltre quarant’anni anche come Agensud, trasformando un territorio rurale in un discreto recettore di insediamenti industriali, grazie a decisive infrastrutture, è mancata una continuità, idonea a radicare conquiste di lavoro e di sviluppo, iniziative produttive di lunga prospettiva: insomma una ulteriore infrastrutturazione, sulla scia di quanto di meritorio aveva fatto la Casmez. Paradossalmente oggi il Mezzogiorno è penalizzato da due egemonie: lo Stato nazionale, che si è sentito libero da qualsiasi impegno, dopo il varo delle Regioni e le stesse Regioni, assenti nella sfida delle programmazioni strategiche, le uniche che avrebbero potuto realizzare il riscatto del Sud. Di chi la colpa? Nessun dubbio: della cosiddetta classe dirigente. È lei, nelle sue varie ramificazioni e ad ogni livello, la responsabile unica degli odierni fallimenti. Mai nata o degna di questo nome, invece di servire il bene pubblico, ha pensato troppo spesso al guicciardiniano “ particulare”. Lo dimostrano, giorno dopo giorno, le cronache, zeppe di vicende di affarismo e di clientelismo, di un clima ostile a qualsiasi positività. Ricordarlo oggi con forza è un atto doveroso, perché, ciascuno, nel suo piccolo, rifletta e collabori nel far rinascere l’etica della responsabilità. Unica strada per risalire la china. 

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