Martedì 17 Ottobre 2017 - 2:01

Il teatro della Giustizia è il teatrino italiano

Opinionista: 

Orazio Abbamonte

La conclusione dopo oltre nove anni del primo grado del processo a Clemente Mastella e ad altri imputati al tempo dei fatti legati al disciolto Udeur, ha richiamato l’attenzione su d’una gravissima disfunzione nell’organizzazione giudiziaria italiana. Ben inteso, la cosa appare in questa vicenda ancor più eclatante, poiché quel giudizio s’è concluso anche con la corretta assoluzione di tutti i processati. Evidentemente la questione non è però questa o non è soprattutto questa: la questione è che per concludere il solo primo grado, in un processo su fatti peraltro abbastanza semplici e delimitati, siano stati necessari circa dieci anni. Un fatto del genere è istituzionalmente intollerabile. E lo è anche sapendo che, spesso e volentieri, sono gli stessi imputati ad operare acché la prescrizione abbia corso. Il fatto resta anche così intollerabile, perché sono l’immagine ed il ruolo della giustizia ad uscirne disastrati. Anzitutto, in maniera evidente si determina un incolmabile e ridicolizzante iato tra la pretesa dello Stato di affermare il rigore della legalità attraverso l’applicazione della massima delle sue sanzioni, quella penale, e la totale inefficienza nel farlo, per i tempi abnormi che impiega nel portare ad effetto le sue punizioni. Al sentire collettivo si trasmette un po’ l’immagine di chi minacci fuoco e fiamme ma resti lì poi solo a guardare; e non s’esagera nella metafora, perché nella gran parte dei casi, come insegnano le statistiche, sopraggiunge, essa sì inesorabile, la prescrizione. Ciò è grave, perché incide sul meccanismo e sul compito stesso della sanzione penale. Ormai in tutti gli ordinamenti giuridici civilizzati la pena non ha la funzione di ripagare il reo di un male corrispondente a quello che egli ha prodotto sulla vittima: tale retriva concezione retributiva, propria di ordinamenti del passato, è stata da almeno due secoli progressivamente abbandonata, perché troppo legata al concetto di vendetta, avvertito come poco civile e comunque improduttivo (anche se non può negarsi continui a toccare corde umanamente sensibili). Il principale scopo della pena è nella sua funzione preventiva. La prevenzione, infatti, è ciò che guarda alla comunità dei cittadini, i quali hanno interesse non tanto a vendicarsi d’un delitto già commesso – i suoi irreversibili danni li ha già prodotti e nulla potrà consentire di ripararne veramente gli effetti; quel che soprattutto la pena deve perseguire è la prevenzione attraverso l’esempio della punizione ed il disincentivo nei confronti di future condotte d’analoga natura. Il meccanismo psicologico – perché in fin dei conti di questo si tratta – della coercizione penale è tutto nella previsione d’una sicura e pronta punizione, in forza della quale potenziali rei, o almeno la parte meno determinata di essi, essendo certi delle conseguenze che c’è da aspettarsi da eventuali condotte illecite, si astengano dal porle in essere per non subire il danno della privazione della libertà e delle altre sanzioni ad essa accessorie. È quindi intuitivo quale annichilente effetto abbia l’intempestività della reazione statale su tale delicato meccanismo di condizionamento psicologico: praticamente ne vanifica l’efficacia. Già quando commette un reato, il responsabile in cuor suo spera sempre di farla franca; quando poi s’aggiunga che egli possa ragionevolmente confidare anche sull’eterna durata dei processi – e dunque sulla prescrizione – non è difficile comprendere che del processo rimane solo l’elevatissimo costo che grava sulla comunità per mantenere in piedi quel simulacro cui si riduce il cosiddetto tempio della Giustizia. E sarebbe già tanto, per intendere in qual misura sia da noi degradato il senso della legalità. Ma c’è anche dell’altro, e non è poco. Tenere sotto processo per un decennio una persona è di per sé sommamente ingiusto, perché s’aggiunge alla pena finale eventualmente applicata, la gogna ed il calvario d’un’attesa pari ad una quota importante della vita umana. Anche chi ha commesso un reato ha diritto di conoscere qual dovrà essere la sua sorte; per non dire di chi poi all’esito del giudizio risulti anche assolto, avendo nel frattempo subito le pesanti conseguenze della lunga condizione d’imputato. Non solo. Perché, mentre una condanna che arrivi presto e bene lascia la generale sensazione della sanzione razionale e dovuta in difesa della società, una che giunga dopo un decennio dai fatti, o anche più, cade su d’un soggetto molto diverso da quello che aveva commesso il reato, non foss’altro perché ha vissuto altri dieci anni ed ha, come spesso accade, mutato il proprio modo d’essere e di pensare. Insomma, si ha la precisa e sgradevole impressione di punire qualcun’altro. Il tempo, come sappiamo, è di per sé riparatore. Sono cose, queste, note e drammatiche; ma ciò nonostante, da decenni nessun serio provvedimento viene assunto, per la nota opposizione di alcune componenti del mondo giudiziario: che sono poi anche le stesse a lamentarsi della durata dei processi. Cosicché il teatro della Giustizia si traduce nel teatrino italiano.

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