Martedì 19 Giugno 2018 - 16:23

Il valzer degli ignoti e degli indesiderabili

Opinionista: 

Orazio Abbamonte

Tirando le somme della campagna elettorale 2018, il presidente della Regione Campania, De Luca, nella sua settimanale apparizione televisiva, ha notato che di peggiori non ne ha mai vedute. Ed un giudizio espresso da un addetto del suo livello, può certamente indirizzare gli inesperti ed i distratti. Di sicuro, le amare espressioni del suo intervento sono state segnate dalla prova personale alla quale è stato sottoposto, lui e la sua famiglia. Ma su questo ho già scritto e non voglio tornare, per il momento. Mi sembra più interessante osservare ciò cui abbiamo assistito in questa quarantina di giorni. Probabilmente ad una messa in scena tra le più penose della storia repubblicana. Il registro generale è stato l’accusa a distanza, la propaganda della peggior lega, il difetto – quel che è più grave – del confronto diretto. Tutti si son parlati alla lontana, quasi in cifra. Il M5S, accreditato per la forza non coalizzata di gran lunga maggiore, ha puntato sullo slogan del rinnovamento, della lotta al privilegio, dell’agire per il popolo sovrano. In termini concreti, c’è da dubitare che qualcuno abbia chiaro cosa si propongano questi rinnovatori. E, quanto all’agire per il popolo, mi pare che i fatti dimostrino come la purezza claudichi anche nelle loro regioni se è vero, come pare sia vero, che, ancor prima d’aver raggiunto la stanza dei bottoni, sono venuti meno, e non in pochi tra loro, ai non numerosi impegni che avevano assunto: trasparenza nel passato dei candidati e conferimento ad un fondo d’erogazione solidale di parte degli emolumenti dei parlamentari, nazionali ed europei, dei consiglieri regionali. Quel che è più grave, è che quanto s’è scoperto – persino l’onorevole Di Maio sembra fosse in ritardo sulle restituzioni – non è venuto fuori per interna catarsi, ma solo grazie ad investigazioni giornalistiche. La formazione che, al di là delle diversificazioni interne, ancora vive del traino, non solo carismatico, di Silvio Berlusconi, è una composita realtà, che va dall’europeismo al nazionalismo più rigoroso; dalla caccia, all’animalismo; che continua a firmare patti ed a promettere mirabilia, benché abbia avuto molte occasioni per mettersi concretamente all’opera, senza peraltro realizzare le promesse oggi, conseguentemente, riproposte tal quali. Vero che Silvio Berlusconi è stato oggetto d’una straordinaria attenzione da parte del potere giudiziario – fosse così occhiuto ed efficiente normalmente, probabilmente non conosceremmo più mafia camorra e ndrangheta, un po’ più insidiose del Nostro – e dunque le sue ali sono state non poco tarpate; ma non credo ci siano ragioni per ritenere che le cose possano avere un altro corso nella legislatura a venire. Per non parlare della vecchiezza di candidati – a non voler dire altro – le cui energie di rinnovamento come di regola sono inversamente proporzionali al numero di legislature che ne registrano il soggiorno nella camere rappresentative. Il partito guidato da Matteo Renzi, al pari del suo leader, si distingue per segni gravi di confusione, incapacità di comunicazione, perseveranza nell’errore. Basti dire che al fine d’accattivarsi il consenso d’un qualificato elettorato, la sottosegretaria alla Presidenza del consiglio, la molto amata e stimata on. Maria Elena Boschi, è stata candidata, oltre che nel sicuro (almeno prima del suo approdo) collegio uninominale di Bolzano, in cinque listini proporzionali: come a dire all’elettore sovrano, che non s’illudesse di non averla in Parlamento. Ma questo sarebbe il meno: perché, a parte il partitospina nel fianco LEU – ideato da D’Alema ed impersonato dall’accattivante Pietro Grasso – ci pensa Matteo Renzi a riscuotere consensi, grazie a quel singolare alternare autocelebrazioni della propria affidabilità, ad una genericità iattante di proposte politiche, quando ognuno ricorda quel che è seguito a tre anni del suo Governo. Un po’ d’umiltà sarebbe stato segno d’intelligenza, anche politica. Ci sarebbe poi il capitolo dei candidati. Ma è un capitolo che richiederebbe un’analisi lunga ed individuale, impossibile in un articoletto come questo. C’è però da dire che di rado s’è assistito ad una concentrazione d’ignoti ed indesiderabili come quella che ieri è stata votata, molti ignoti anche al territorio al quale si sono presentati. E forse questa è la riprova più significativa della crisi attuale della politica: perché non c’è dubbio che la democrazia fondi soprattutto sulla fiducia, dato che i programmi possono seriamente presentarsi solo in termini generali, cosicché a contare è la qualità delle persone chiamata ad attuarli, la qualità e la loro presenza nei luoghi, le cui esigenze dovrebbero saper leggere. Lo scollamento profondo e la ormai improbabile autoreferenzialità delle élites ipotecano non poco il futuro.  

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