Martedì 12 Dicembre 2017 - 9:11

Il viaggio in Myanmar di Papa Francesco

Opinionista: 

Pietro Lignola

Cari amici lettori, avevo pensato a molti argomenti da trattare, dal caso Boschi a quello dell’antifascismo militante (volevo chiedere a Fiano e alla Boldrini di sospendere l’esecuzione capitale del carabiniere che possedeva una bandiera del secondo – non del terzo!- Reich e di non proporre per il Nobel il pacifista che vuole Salvini affidato alle Brigate Rosse), ma ho dovuto rinunziare perché gli argomenti riempiono già pagine e pagine di tutti i giornali. Ripiego, allora, su un argomento molto meno gettonato e pur molto interessante: il viaggio di papa Francesco in Myanmar e Bangladesh. Premetto, per chi non se ne fosse accorto, che non sono nel gregge degli ammiratori di Francesco. Trovai molto appropriato il discorso che fece Roberto Gervaso alcuni anni fa, in uno dei suoi deliziosi articoli su “Il Mattino”. Egli premise di essere ateo e di apprezzare moltissimo il nuovo pontefice, come tutti gli atei, islamici, protestanti, buddisti e via dicendo, con l’eccezione dei cattolici. Francesco è un viaggiatore. In tutti i suoi viaggi, purtroppo, succede qualcosa: in Venezuela Maduro gli donò un incrocio fra croce e falce-martello, a Guadalupa e Czestochowa gli accadde di cadere avanti alla statua della Madonna, negli Usa parlò all’Onu e al Congresso senza mai accennare alle persecuzioni contro i cristiani. Ora molti cattolici si sono chiesti cosa sia andato a fare in Myanmar, paese ove i cristiani sono una minoranza insignificante; ebbene, non v’è dubbio che egli sia andato a sostenere la causa dell’etnia islamica dei rohingya, anche se, in quella che un tempo si chiamava Birmania, non ha pronunziato questo nome perché “sarebbe stato come sbattere la porta in faccia ai miei interlocutori”. In compenso, una volta in Bangladesh, ha incontrato una rappresentanza dei profughi, ha chiesto loro di perdonarlo per l’indifferenza del mondo e ha detto che “Rohingya è uno dei nomi di Dio”. Francesco ha forse sentito l’influsso del (relativamente) vicino Tibet, dove il buddismo dei Lama teorizza l’innumerabilità dei nomi dell’Inconoscibile. Ma chi sono questi Rohingya? Musulmani sunniti di lingua ariana, sembra si siano stanziati in Arakan, regione occidentale di Myanmar, in epoca abbastanza recente, a differenza di altre etnie musulmane (Kamein e Thet) accettate dalla maggioranza buddista. Il conflitto violento tra buddisti e Rohingya dura da sempre, ma si è riacceso nel 2012, a seguito dello stupro e dell’assassinio di una ragazza buddista, e quest’estate, dopo attacchi a stazioni di polizia effettuati dall'Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA). Nihil sub sole novi, dunque: l’unica differenza rispetto alla nostra condizione è che i birmani non sono disposti a sopportare quella che i migranti musulmani sono autorizzati a fare dai governanti europei. L’Onu, ovviamente, sostiene i Rohingya; la Boldrini, del resto, quando era funzionaria di quella inutile e parassitaria organizzazione mondiale, era solita condannare l’Italia per un’insufficiente, a suo dire, accoglienza dei migranti. I Rohingya sono perseguitati, certo. Ma consentitemi di citare il rapporto "World Watch List 2016”: “Le persecuzioni a danno dei cristiani su scala mondiale sono cresciute in modo drammatico per il terzo anno consecutivo, raggiungendo livelli senza precedenti. Ogni mese, nel mondo, vengono uccisi di media 322 cristiani, mentre altri 722 subiscono ogni tipo di violenza. Vittime innocenti che fanno poco rumore”. I paesi nei quali questa persecuzione avviene sono quasi tutti musulmani; non mi risulta, però, che Francesco sia andato in qualcuno di questi paesi a far sentire la sua voce e, soprattutto, a chiedere scusa per l’indifferenza del mondo. Consentitemi un’ultima noterella. In un’intervista concessa durante il viaggio di ritorno, Francesco si è pronunziato contro il proselitismo, dichiarando fra l’altro: «Evangelizzare significa suscitare conversioni, che provocano tensioni tra credenti». Io so bene che l’attuale Pontefice non usa rispondere ai quesiti che gli vengono sottoposti. Vorrei, tuttavia, chiedergli: vale ancora il Vangelo, ove è scritto che Gesù mandava i discepoli a due a due e che “essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse”? O, forse, i tempi sono cambiati e occorre essere prudenti, per cui non bisogna più andare “come agnelli in mezzo ai lupi”?

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