Martedì 12 Dicembre 2017 - 9:12

La crisi, il calcio e il capro espiatorio

Opinionista: 

Carmine Ippolito

La mancata qualificazione della nazionale italiana alla fase finale dei mondiali di Russia del 2018 rappresenta un ulteriore capitolo dell’inarrestabile declino del Paese: per il calcio è una sciagura paragonabile, sul piano sportivo, al fallimento della Lehman Brothers, su quello finanziario. Il calcio italiano ne esce certamente declassato. Si è trattato senz’altro di una Caporetto. E come all’esito di ogni grande disfatta è stata invocata la testa dei responsabili. Dopo Caporetto fu il Generale Cadorna a pagare per tutti, con la destituzione dal comando supremo dell’esercito italiano che fu condotto vittoriosamente dal Generale Armando Diaz sulle rive del Piave fino a Vittorio Veneto. È stato preteso, allora, l’intervenuto esonero del Commissario tecnico Ventura. Ed il presidente della Federcalcio è stato sfiduciato e rimosso. Quello della rimozione dei vertici però è un vero e proprio cliché che non desta alcuno scandalo. Ricostruire significa innanzitutto ritrovare un clima di fiducia. E la figura di coloro che sono stati alla guida di un gruppo nella fase più infausta della sua storia ne risulta irrimediabilmente minata. Sicchè la loro rimozione immediata è doverosa. L’inesorabile meccanismo del capro espiatorio, però, è null’altro che un mito: quello della perpetua congiunzione tra il colpevole e la definizione, al contempo, violenta e liberatoria dal male ingenerato. La mitologia del capro espiatorio postula, infatti, che l’ordine compromesso si ristabilisca grazie al sacrificio di colui che ha pretesamente dato causa alla sciagura. Ma il ripristino dell’ordine turbato si verifica però solo in termini simbolici. Solo sul piano del mito è pensabile che una sola vittima sacrificale ristabilisca l’ordine dissipato. Del resto, non era necessario che la nazionale italiana mancasse alla qualificazione ai mondiali per scoprire che Ventura, quale commissario tecnico designato, fosse tutt’altro che un mago. E neppure era necessario pagare un prezzo così alto per convincersi che la Federazione italiana giuoco calcio fosse stata affidata ad un personaggio alquanto discutibile. Più dei responsabili, però, è fondamentale individuare le cause dei fallimenti. La crisi del calcio italiano è solo uno dei tanti effetti della crisi di una comunità nazionale che è, prima di ogni altra cosa, politica, civile, economica ma soprattutto ideologica e culturale. In Italia, si è, da tempo, pregiudizialmente, rinunciato ad una leva calcistica nazionale. Dissipando un prezioso patrimonio, anche indentitario, che in oltre un secolo di storia unitaria, si era sedimentato anche sui rettangoli di gioco. Una gloriosa scuola, insieme ad una peculiare filosofia di gioco, sono state sacrificate, anche nel calcio, alle ragioni del mercato che, inesorabile, travolge il destino pure della passione sportiva piegandone il nobile spirito unicamente alle implacabili ragioni del profitto. Non è un mistero che anche nello sport non è il governo, il Coni, la Federcalcio a indicare la rotta. Lo spirito sportivo e l’interesse nazionale sono destinate a segnare il passo rispetto ai diritti televisivi, ed agli incassi di Sky o Premium, che esigono spettacolarizzazione costante, nomi altisonanti piuttosto che giovani debuttanti allevati nei volenterosi vivai della penisola italica. E limitando l’analisi alle cause alla crisi del calcio italiano, deve riconoscersi che la mancata qualificazione ai mondiali rappresenta, per la selezione italiana, una conseguenza tanto ineluttabile quanto annunziata. La questione, che si tenta di eludere da anni, è alla fonte: da anni il nostro campionato non esprime un parco giocatori adeguato per operare una selezione di qualità tra i convocati. Le squadre di vertice del campionato italiano sono composte quasi esclusivamente da "immigrati". Non si tratta di rifugiati. Il vizio nazionale è quello di non sapere resistere alla facile tentazione dell'esterofilia agevolmente strumentalizzata dalle logiche dell’audience e delle pay tv. Basta essere straniero, ed in territorio italico ti viene riconosciuto lo status di "fenomeno", insieme ad ingaggi fuori da ogni ragionevole decenza. I grandi club, nel frattempo, non coltivano più il vivaio. In passato era frequente, invece, il salto di qualità dei giovani allievi: dalla primavera alla prima squadra. Ed in prima squadra l'atleta cresceva, e maturava anche la necessaria esperienza internazionale. L'ossatura delle nazionali vincenti si formava e perfezionava nelle nostre compagini di vertice. Abbiamo provato con gli oriundi, e abbiamo visto i risultati perché si tratta, pur sempre, di campioni di seconda fascia in quanto non avrebbero mai trovato collocazione nella nazionali dei paesi di origine. Alle giovani leve italiche la massima prospettiva riservata è un destino agonistico da seconda serie oda lotta per non retrocedere. La Nazionale, nel frattempo, si è estinta. Ed anche di questo - in nome del politicamente corretto quieto vivere - dobbiamo farcene una ragione?

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