Mercoledì 22 Agosto 2018 - 7:58

La mutazione genetica del populismo tradizionale

Opinionista: 

Giuseppe Cacciatore

Probabilmente hanno ragione quelli che, innanzitutto i politologi ma anche non pochi giornalisti e commentatori politici, ritengono usurati per non dire sorpassati i vecchi strumenti di definizione e interpretazione della realtà sociale contemporanea. Molti, ad esempio, e non del tutto a torto, ritengono inadatto a capire il fenomeno populista italiano il tradizionale modello otto-novecentesco e suggeriscono – come osserva lo storico Marco Revelli tra i più accreditati studiosi del populismo – di guardare ad esso come una inedita variante del populismo tradizionale, addirittura una “mutazione genetica” che farebbe del caso italiano una sorta di avamposto nella ricerca di risposte, sia pur, a mio avviso, sbagliate confuse e contraddittorie, alla crisi sociale. A tutt’oggi non sappiamo ancora se siamo dinanzi a un’alleanza tra idee e programmi, sino al 4 marzo opposti e conflittuali, al fine di dare un governo al paese e di evitare il ricorso alle urne, ovvero se non si sia dinanzi a un “laboratorio della crisi democratica globale” che farebbe, ancora una volta, del caso italiano il battistrada di un esperimento al quale persino il Bannon ex braccio destro di Trump guarda con estremo favore. Dunque per capire di quale natura sia l’inedita miscela del populismo verde-giallo, bisogna partire da un’attenta analisi della categoria di populismo non in modo astratto, ma nel concreto della situazione italiana. Il solo enfatico ricorso al popolo in generale appartiene storicamente non solo al populismo come movimento politico dichiarato, ma anche a una varietà di formazioni politiche, di destra e di sinistra, che ne hanno fatto la loro principale parola d’ordine. La novità che reca con sé il populismo italiano del XXI secolo è quella che già sul finire del secolo scorso alcuni politologi e filosofi (Germani, Laclau, Balibar) indicavano: la capacità di sottrarsi ad ogni etichettatura di destra o di sinistra e di presentarsi all’elettorato con una fisionomia multiclassista. Fra le peculiarità del caso italiano, si può rimarcare proprio l’accentuazione di questo carattere: non il rifiuto di possibili politiche di destra o di sinistra, ma la ricerca di un dosato equilibrio in un unico programma (si veda il famoso contratto) di contenuti sia di sinistra (il reddito di cittadinanza, la riforma del jobs act, l’abolizione della Fornero) che di destra (la diminuzione della spesa pubblica per rendere meno gravoso il carico fiscale, flat tax, i provvedimenti restrittivi contro i migranti, la legittima difesa senza se e senza ma, lo smantellamento dei campi Rom). Certo il cemento dell’alleanza tra populisti e sovranisti è ancora quello classico dell’attenzione verso i diritti della gente comune calpestati e ignorati dalle élites dominanti e dallo strapotere delle istituzioni europee. Questo è forse l’incognita che metterà alla prova, in caso di sforamento del debito, il governo. E in tutto questo la sinistra che fa? Predica una opposizione frontale che ha tutto il sapore della propaganda, giacché appare povera di contenuti, più urlata che ragionata, impacciata e impedita nel suo corso dalla zavorra del renzismo del quale non riesce a liberarsi. Alla sua sinistra Leu rinvia ancora una volta – in attesa che i brandelli della sua formazione si ricompongano – la formazione di un partito in grado di elaborare una analisi dei motivi della sconfitta e del declino della sinistra e ripartire da essa per ritornare a parlare con tutti quelli che negli anni passati hanno ingrossato le fila degli scontenti, diseredati, disoccupati, giovani, uomini e donne che vedono continuamente messi in discussione i diritti umani e civili.

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