Martedì 13 Novembre 2018 - 5:52

La politica è ostaggio del potere giudiziario

Opinionista: 

Gerardo Mazziotti

“Senza l’autorizzazione della Camera alla quale appartengono nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a procedimento penale né può essere arrestato”. È il secondo comma dell’art.68 della Costituzione col quale i Padri Costituenti (De Gasperi, Togliatti, Nenni, Saragat, La Malfa, Einaudi, De Nicola, Terracini, Nitti, Orlando, Calamandrei, Benedetto Croce…) hanno voluto tutelare i parlamentari nei confronti della Magistratura. Ma il pool di Mani Pulite (Francesco Saverio Borrelli, Antonio Di Pietro, Pier Camillo Davigo e Gherardo Colombo) ritennero che questa immunità era un privilegio vergognoso che impediva ai magistrati di esercitare l’azione penale senza condizioni. E nel 1993 imposero a un Parlamento inetto e pavido l’approvazione della legge costituzionale n° 3 del 29 ottobre, che lo annullò. Guarda caso, lo stesso anno in cui nacque Forza Italia. Una strana coincidenza. E da quel giorno cominciò lo strapotere dei magistrati che lo esercitano senza pagarne costi ed errori. Bastava, e basta, un minimo indizio per inquisire e processare deputati, senatori, ministri e, addirittura, presidenti del Consiglio. Il famoso giudice spagnolo Baltazar Garcon sospese nel 2003 il processo “Telecinco” a Silvio Berlusconi perché presidente del Consiglio e lo riprese nel 2006 quando non lo era più. E si concluse con la sua piena assoluzione. I pm di Mani Pulite non esitarono nel dicembre 1994 ad accusare di corruzione il premier Berlusconi e a rinviarlo a giudizio. Un processo che si concluse dopo cinque anni con l’assoluzione in Cassazione per non aver commesso il fatto. Ma intanto l’accusa di corruzione aveva provocato la immediata caduta del suo governo. Ma nessuno dei pm venne chiamato a render conto del danno provocato a Berlusconi e al popolo di destra. Un Paese serio si sarebbe indignato di fronte a un fatto del genere e avrebbe preteso il ripristino dell’art.98. Ma, essendo formato da cialtroni, non si indignò. Ecco perché la politica è diventata ostaggio di un ordinamento giudiziario che si ritiene un “potere”. E più importante di quello esecutivo e di quello legislativo. Tant’è che oggi i magistrati di Catania e di Palermo contestano gravi reati a un ministro della Repubblica per avere impedito lo sbarco di migranti dalla nave Diciotti. E il ministro reagisce in un modo ritenuto “irrispettoso e offensivo”. “Non si attaccano i magistrati”, ha tuonato il vice premier Luigi Di Maio. E grazie a gente come lui siamo precipitati in una situazione che non ha risconto in nessun altro Paese al mondo. Nei quali i magistrati non si organizzano in correnti ideologiche, non fanno politica e non si dichiarano di sinistra. Per avere la “pace istituzionale” in cui politica e magistratura si rispettano occorre ripristinare il secondo comma dell’art.68. Lo chiedono da anni il senatore Luigi Compagna, i Radicali e qualche politico intelligente. Tra questi l’ex presidente emerito Francesco Cossiga, che aveva promesso la sua partecipazione a un convegno da me organizzato nella sede del quotidiano napoletano Il Denaro; ma morì alcuni giorni prima. È il caso di ricordare che “senza l’autorizzazione del Parlamento di Strasburgo nessun deputato europeo può essere sottoposto a procedimento penale né può essere processato”. Ne sanno qualcosa Fassino, Massimo D’Alema, Antonio Di Pietro e Luigi de Magistris, decisamente contrari alla immunità parlamentare italiana ma, per interessi personali, molto favorevoli a quella europea. Con tanti saluti alla coerenza. Sta di fatto che nessun giustizialista nostrano (penso a Marco Travaglio) e nessun pentastellato (penso a Peppe Grillo) e nessun magistrato (penso a Pier Camillo Davigo) considera la immunità parlamentare europea un privilegio da abolire.

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