Accessibilità:
-A A +A
Print Friendly, PDF & Email

Venerdì scorso anche la giustizia amministrativa regionale ha tenuto la sua giornata inaugurale, al pari della giustizia ordinaria e della contabile. Le relazioni di apertura dell’anno giudiziario hanno antica tradizione ed il genere è andato via via slargandosi, con l’estendersi dalla giurisdizione ordinaria – alla quale fino ad una ventina d’anni fa erano esclusivamente riservate – a tutte le altre, in Italia ben quattro. Quella del presidente del tribunale amministrativo della regione potrebbe essere un’occasione per fare il punto della condizione reale in cui versa l’azione degli enti pubblici operanti sul territorio campano; invece sconta pienamente il tono dell’ufficialità e normalmente non va oltre l’inanellarsi di cifre ben poco eloquenti, quando non addirittura falsanti. Perché il dato di maggiore rilievo che venerdì sarebbe venuto fuori, in sostanza ha girato intorno alla compiaciuta constatazione della riduzione del contenzioso e del significativo assottigliarsi dell’arretrato. In altri termini, ad osservare, in questa esteriore prospettiva, i dati in certo maniera aggregati ed esposti nella relazione – in quella campana, come in quella di tutti gli altri presidenti dei tribunali regionali e dello stesso Consiglio di Stato – si sarebbe indotti alla conclusione che i cittadini sian serviti da enti pubblici pressoché impeccabili e comunque in grado di fornire risposte appaganti e dunque pacificanti. Una tal conclusione, però, contravviene al comune sentire, a quanto si apprende ogni giorno sull’operato di comuni, province, asl e via dicendo, a quanto si sperimenta sol che s’esca per strada, si entri in un edificio scolastico o, dio ce ne guardi, ci si rivolga ad un nosocomio. Questo scarto tra i dati positivi e quelli negativi – e comunque il fatto che dalle relazioni ufficiali non emerga quasi nulla della vita amministrativa reale – induce a ritenere che i dati a disposizione non siano utilizzati per quanto potrebbero. Ad esempio, la declamata riduzione dell’arretrato. Sarebbe stato utile che fosse posto all’attenzione del pubblico il dato, quasi disastroso, per il quale parte molto importante dei giudizi definiti nel corso dell’anno (e degli anni passati) non a posto capo alla debita forma della sentenza bensì in quella del decreto decisorio: vale a dire che tantissimi ricorsi sono stati dichiarati perenti, perché in buona quantità di casi, il tempo necessario per pervenire alla decisione del giudice è stato tale che le parti hanno perso interesse ad averla. Insomma, questo dato, ben letto, è l’espressione d’un palese fallimento dello Stato, incapace di fornire giustizia in tempi ragionevoli e comunque compatibili con il necessario svolgersi dei rapporti giuridici e delle esigenze di vita. Questo per dirne una. Quanto poi al calo significativo del contenzioso nell’ultimo decennio, anche qui non è poi gran ragione di vanto. Di certo è difficile credere che ciò sia dovuto all’allinearsi dell’amministrazione italiana a modelli d’efficienza svizzeri o teutonici. L’abbiamo già notato. La realtà è diversa e ben più complessa. Per un verso dipende dall’incremento elevato dei costi della giustizia (che poi nemmeno risponde, come visto); ma io, per la mia esperienza, non imputo soprattutto a questo la flessione delle richieste di giustizia. L’imputo soprattutto all’inefficienza ed al palese indirizzo rigettista che caratterizza la giustizia amministrativa. L’inefficienza, per quel che può dirsene in un articolo, è già ben testimoniata dall’ora illustrato modo incivile di definizione dei processi. La propensione al rigetto potrebbe essere ben testimoniata da una schietta analisi del rapporto tra numero di ricorsi presentati ed accoglimenti. Un dato accuratamente non esposto. A mia opinione, una visione ottimistica potrebbe collocare al di sotto del 20 % le domande che trovano accoglimento all’esito dei due gradi di giudizio, vale a dire che su dieci cittadini ricorrenti innanzi al Tar, con corredo delle relative non trascurabili spese, meno di due hanno visto giusto nel lamentarsi dell’amministrazione la quale, per parte sua, è quasi sempre nella ragione. Situazione che definire irrealistica è esser caritatevoli nei confronti della patria. Ma molti altri sarebbero i dati – anche solo statistici – attraverso cui esaminare realisticamente la giurisprudenza amministrativa. Un per tutti: esiste un vizio dell’azione amministrativa che si chiama “sviamento di potere”. È molto comune che l’amministrazione affermi di perseguire l’interesse generale ed invece usi la funzione pubblica per scopi ben diversi, per così dire privatistici. Intorno a questo penetrante strumento di controllo è nata la giustizia amministrativa. Quante volte oggi questo mezzo di tutela viene riconosciuto ed impiegato dal Tar? Che io sappia mai o pressoché. Perché? Non è difficile rispondere. Ma non è nemmeno poi difficile comprendere perché sempre meno ci si rivolga a quel giudice per risolvere i problemi che s’incontrano al cospetto del pubblico potere.