Sabato 16 Febbraio 2019 - 14:24

La vera emergenza è il reddito al Sud

Opinionista: 

Vincenzo Nardiello

Pazzesco. Ormai non ci meravigliamo più di nulla. Qualcuno ha sentito cosa ha detto il presidente dell’Inps? Che al Sud il 45% dei lavoratori dipendenti privati guadagna stipendi netti inferiori al reddito di cittadinanza. Cioè meno di 780 euro. Una situazione da dramma sociale. Cifre che avrebbero dovuto sollevare un coro d’indignazione; un putiferio di vergogna per com’è ridotto il Mezzogiorno. Qualsiasi Governo serio dovrebbe mettere le mani in questo disastro. Invece silenzio. Quale sviluppo, quale crescita, quali consumi e investimenti sono possibili in un’area della Nazione così importante e con salari così bassi? Certo, ora arriva il reddito di cittadinanza. Solo che tra il reddito che nasce faticosamente dal lavoro e quello che il lavoro vorrebbe comodamente sostituirlo, la vera emergenza è il primo, non il secondo come Lega e casaleggini associati vogliono farci credere. La vera questione sociale, l’autentica emergenza italiana, sono gli stipendi da fame di chi lavora al Sud. Un problema enorme che è stato totalmente espulso dal dibattito politico. Quella dei salari dovrebbe essere una delle questioni più urgenti di un Esecutivo davvero del cambiamento. Invece a Palazzo Chigi se ne fregano come e più dei loro predecessori. Il problema non riguarda solo il Mezzogiorno. Dal 2000 al 2017 i salari italiani sono aumentati in media di appena 400 euro all’anno, contro i 5mila della Germania e i 6mila circa della Francia. Sono numeri sconvolgenti. Come quelli sulla produttività che - ci dice l’Ocse - è rimasta al palo come e peggio dei salari. Il Pil per ora lavorata nel periodo 2010-16, è aumentato di appena lo 0,14%. In Germania e Francia dieci volte tanto. Cifre che dimostrano come non tutto è colpa della globalizzazione e che molto è colpa d’una Nazione che nulla fa per premiare meriti e competenze, mortificando e appiattendo impegni e sforzi di chi cerca di migliorare. Se al Sud gli stipendi privati sono questi, poi non ci si può meravigliare se le alternative restano lo Stato o la camorra. È ovvio che in un contesto siffatto la fiducia delle imprese, gli investimenti esteri e tutto ciò che fa di un’economia una moderna economia di mercato sia merce rara. Per questo tutti gli sforzi andrebbero indirizzati a creare un contesto favorevole allo sviluppo. Se i circa 37 miliardi in 3 anni che costano redditi per nullafacenti e prepensionamenti di dipendenti pubblici - soprattutto del Nord - fossero investiti per aumentare la produttività al Sud, agganciandola all’incremento dei salari, gli effetti su crescita e occupazione sarebbero di gran lunga maggiori. Nulla è stato fatto, ad esempio, per introdurre forme di partecipazione dei lavoratori alle imprese, per una condivisione di rischi e opportunità che altrove (vedi Germania) ha funzionato e continua a funzionare. Garantendo produttività e redditi più elevati. Ma all’Esecutivo è un altro il reddito che interessa. Per questo da quando Di Maio si è insediato ai ministeri del Lavoro e dello Sviluppo non si fa che parlare di casse integrazioni, negozi chiusi (per ora solo la domenica, ma non disperate), tasse ai ricchi (che sarebbe ciò che resta del ceto medio), opere pubbliche solo come mangiatoia e occasioni di spreco, cantieri bloccati, espansione della mano pubblica e così via. Ovvio che l’altra faccia della medaglia di questa cultura anti industriale e anti mercato sia un nuovo statalismo all’insegna di nazionalizzazioni e sussidi. E una politica estera che strizza l’occhio a regimi comunisti e dirigisti come quello venezuelano. Il reddito che dovrebbe interessare un Governo che volesse davvero cambiare la prospettiva declinista incontro alla quale da anni stiamo correndo, è quello che crea il lavoro. Anche perché se l’Italia non riuscirà ad aumentare competitività, produttività e salari, sarà impossibile generare le risorse necessarie da distribuire a chi ne ha davvero bisogno. Ai professionisti della redistribuzione della ricchezza occorre ricordare che se prima non ti curi di produrla la ricchezza, da distribuire poi restano solo debiti e tasse. Cioè la miseria. Come in Venezuela.

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