Mercoledì 28 Giugno 2017 - 14:24

Legge elettorale e franchi tiratori

Opinionista: 

Orazio Abbamonte

La mortificante immagine che la settimana scorsa ha dato di sé la Camera dei Deputati segnala uno stato di crisi istituzionale, probabilmente tra i più acuti dell’ultimo ventennio. Ben inteso, la legge elettorale cha stava Avviando il suo corso dopo un accordo tra le quattro principali forze politiche presenti in Parlamento – M5S, Pd, Forza Italia e Lega – un accordo che in teoria le avrebbe assicurato oltre i due terzi dei voti dell’assemblea, non era una gran legge. Al contrario, era una legge largamente compromissoria, che cercava di ristabilire un sistema sostanzialmente proporzionale e sotto lo stretto controllo di pretenziosi partiti. Dunque, se la sua bocciatura fosse stato il frutto d’una seria riflessione e d’una ponderata opposizione compiuta con senso di responsabilità, addirittura quel voto che l’ha affossata avrebbe potuto consentir di confidare nell’esistenza d’un Parlamento forte ed autorevole, capace d’opporsi nell’interesse del Paese alla volontà opportunistica di pochi capipartito. Avrebbe potuto. Sennonché le cose non sono andate affatto nella direzione che avrebbe consentito di coltivare questo sogno. Perché il voto che ha decretato la fine dell’iter parlamentare della legge elettorale è stato un voto di franchi tiratori, solo per caso in parte scoperti, un voto espresso su d’un emendamento del tutto marginale e politicamente assai poco significativo, eletto a pretesto per non far avanzare la riforma. Cos’abbia dato la stura a questa défaillance ancora non è chiaro. Probabilmente, per gli esponenti del M5S è stata anche un’occasione per tirarsi fuori da una trattativa che rischiava di comprometterne l’immagine di durezza e purezza alla quale hanno affidato la costruzione della loro forza politica. È possibile, ma non basta. Non basta, perché non solo loro hanno concorso a determinare il fallimento d’un disegno di legge che sulla carta avrebbe dovuto viaggiare tranquillo come pochi altri, dato il sostegno che intorno ad esso s’era aggregato. Molti altri franchi tiratori devono necessariamente essersi annidati tra il Pd e Forza Italia e probabilmente anche la Lega, pure se è difficile dire in che precisa proporzione. Certo è che s’è formato uno schieramento trasversale alle forze politiche dell’occasionale maggioranza, che a coperto di ridicolo le dirigenze e la stessa istituzione parlamentare. Perché, purtroppo, non è difficile formulare, quale credibile e creduta ipotesi, quella dell’attaccamento al seggio parlamentare, quale massimo cemento e valore ispiratore dell’operato di tanti e tanti deputati. Questo episodio, io credo, mostra ancora una volta quanto inadeguato sia il personale politico che siede in Parlamento. Coperto d’un quantitativo eccessivo di benefici e privilegi, ancora oggi remunerato con trattamenti che complessivamente si riservano a manager aziendali, privo di qualsiasi spessore politico e caratura pubblica – basti sperimentare, in ciascuno di noi, di quanti nomi s’ha memoria di eletti in carica nei collegi che ci riguardano – presenti in una numerosità assolutamente sproporzionata, rispetto a territorio e popolazione, evidentemente su di essi non grava alcun senso di responsabilità. La responsabilità, infatti, non è in politica questione giuridica, bensì è il frutto del ruolo che si assume, del modo in cui lo si è conquistato, delle decisioni di cui si è chiamati a rispondere, della visibilità che si acquista rispetto alle forme di legittimazione che hanno prodotto l’assegnazione della carica occupata. Ora, il nostro corpo parlamentare è evidentemente una massa amorfa di soggetti invisibili, che operano, o non operano, senza lasciare alcuna percepibile traccia. E questo accade perché son troppi, perché raggiungono quella agognata meta prevalentemente per gregarismo di partito (se non peggio), perché non portano con sé alcuna distinta professionalità ed esperienza, della quale fare quell’uso accorto e finalizzato a risultati, che è proprio di chi ha coscienza di valere qualcosa, per cui non sperpera le proprie potenzialità con il rischio di perdere la propria rispettabilità ed autorevolezza. Il problema che affligge le nostre istituzioni, non solo parlamentari, è proprio l’assenza al loro interno d’autorevolezza: un’assenza che non cade dal pero, bensì viene dai meccanismi di selezione e dalle poste in gioco. Ben diversa cosa sarebbe un Parlamento che si riunisse per sessioni periodiche e limitate nel tempo, consentendo ai propri membri di continuare a svolgere le attività da cui provengono (e dunque di non professionalizzarsi in inconcludenti pratiche perdigiorno), che non allettasse con trattamenti da sardanapali, che fosse composta d’un numero molto limitato di riconosciute personalità. In questo caso, si può esserne certi, non s’assisterebbe più a scene francamente deprimenti ma ad un alacre impegno per gli interessi superiori. 

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