Martedì 13 Novembre 2018 - 21:35

L’Estate non è più amica di nessuno

Opinionista: 

Ermanno Corsi

“Ognuno sta solo sul cuor della terra”, scrisse Salvatore Quasimodo nel 1930, “trafitto da un raggio di sole ed è subito sera”. Un suggestivo, ma inquietante, stato d’animo insorto dal dover constatare che tutto può cambiare velocemente nel giro di un tempo assai breve? Una “mutazione” che può valere sia per gli ambienti “interiori” che quelli “esteriori”, la vita morale e quella pratica? Il peggio che può capitare è dover prendere atto dei cambiamenti quando sono accaduti senza la minima capacità di averli in qualche modo immaginati, o potuti prevedere. La meteo schizofrenia dell’Estate ci sta passando davanti e noi ce ne accorgiamo solo quando ci mettiamo a quantificare patologie ed emergenze che ci toccano, saturazioni e stress degli ambienti che ne vengono attraversati. ”Odio l’Estate”, cantava nel 1960 Bruno Martino, perché “piena di un amore che è passato”. Ma perché si odia più l’Estate che le altre stagioni? *** NON PIÙ MEDITERRANEI. Stiamo vivendo (quasi nella “coda” surriscaldata di questo luglio), la tropicalizzazione nei modi più tormentati: focoso calore diurnonotturno soffocante, alto tasso di umidità, termometro che, come ago impazzito, non sale ma “balza” sempre più su; ogni giorno un po’ di più si allontana da noi il clima temperato caldo del Mediterraneo una volta mare “nostrum” e oggi solo “monstrum”. Conseguenza del riscaldamento globale o anche di una mancata capacità previsionale- organizzativa che avrebbe potuto attenuare le pesanti ricadute sulla nostra quotidianità? *** UNA POESIA DATATA. “Distesa Estate”, scriveva Vincenzo Cardarelli, “stagione dei densi climi, dei grandi mattini, delle albe senza rumore, ci si risveglia come in un acquario… stagione che porti la luce a distendere il tempo di là dai confini del giorno”. Il più “leopardiano” dei poeti italiani del Novecento scriverebbe adesso ancora così? Estate e Inverno, stagioni “estreme”, hanno cannibalizzato (come i partiti le formazioni più piccole) la Primavera e l’Autunno. Da qui anche una parte della nostra inquietudine come, a causa della politica, della nostra perdurante instabilità sociale. *** AMARCORD VIVALDIANO. Gratitudine immensa al veneziano prete “rosso” (ma per il colore dei lunghi capelli). Nel 1723 compose i concerti dell’armonia e dell’invenzione. Con le sue straordinarie “Quattro Stagioni” ci ha ricordato le ordinate scansioni temporali succedentisi nell’arco di un anno. Tuttavia anche lui non fa sconti all’Estate “dura stagione dal sole accesa”, portatrice di caldo oppressivo “che toglie alle membra lasse il suo riposo”. Nello stesso tempo annunciatrice di tempestosa “fiera borasca” e di “cielo grandinoso” (profezia della tropicalizzazione che, da quel momento, sarebbe stata prossima ventura?). *** RIFLESSI CONDIZIONATI. Con l’Estate che ci “telecomanda” abbiamo di fatto, consapevolmente o no, la omologazione dei comportamenti: tutti in ferie concentrate in pochi giorni e in file chilometriche sulle autostrade, spiagge affollate come carnai, rumorosità assordanti e smog invece che aria, annullamento di fatto di ogni spazio di riservatezza. Una vita falsamente “comunitaria” che crea nuove separatezze, stridenti disuguaglianze, repulsioni a fior di pelle. Siamo tornati, sia pure in costume da bagno, all’hobbesiano “homo homini lupus est? Certo è che la “grande folla estiva” non rende più vicino l’obiettivo della tanto reclamata coesione nazionale e oltre. *** UNA DETESTABILE BARAONDA. Ogni volta che scatta la fatidica data del 21 giugno è come se ci sentissimo spinti da una forza irresistibile, rassegnati a vivere una “lunga Estate pazza” (il film di Bob Clarck è del 1994). Il nostro pensiero, quando si imbocca un tunnel che non sappiamo quanto lungo, va immancabilmente al geniale maestro Marcello D’Orta e al suo famoso libro “Io, speriamo che me la cavo”. Un bagno di realismo che porta il segno sfiduciante di un accumulo di trascuratezze, impigrimenti e sciatterie dal conto sempre più salato. Prima c’era il freno-alibi della depressione economica, adesso prevale il tecnologico sogno borghese, piccolo ma compulsivo, che il cantautore Max Pezzali riassume nel “trovare posti sempre più esotici e fotogenici per invadere Facebook e Instagram con immagini super ritoccate di tramonti meravigliosi e acque cristalline: il tutto per far crepare d’invidia i propri amici in tempo reale”. Dolente aspetto della più recente, e per noi insostenibile, “leggerezza dell’essere”. *** UN BLU SEMPRE MENO BLU. Quando il mare è sporco, dice Raffaele La Capria, è sempre sporco di uomo. Lungo i 490 chilometri di litorale da Sessa Aurunca a Sapri, dal Basso Lazio alla Basilicata (quattro golfi e quattro costiere) le spiagge balneabili esistono, ma troppe lo sono solo sulla carta. È vero che le “bandiere blu” non mancano e Goletta Verde è sempre lieta quando può assegnarne di più (per acque cristalline, pulite e offerta balneare tra le migliori), ma più numerose sono le spiagge con bandiera nera, inavvicinabili e a rischio salute. Non è un caso che le più appetite, indenni dal turismo di massa, sono quelle “selvagge” dove la mano dell’uomo non si è ancora presentata. *** ARPA A DUE SUONI. L’acronimo indica l’Agenzia regionale che protegge l’ambiente. Il suo monitoraggio è costante e compiaciuto quando puo’ segnalare un maggior rispetto per natura e risorsa mare. Preoccupata e piena di allarme sociale invece l’Arpa, strumento musicale, quando deve far risuonare dolenti segnalazioni del tipo “7 rifiuti ogni metro di spiaggia con la plastica che la fa da padrona”.

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