Mercoledì 14 Novembre 2018 - 14:48

Magistratura, correnti tra protezioni e difese

Opinionista: 

Orazio Abbamonte

L’auspicio del sottosegretario alla Giustizia Jacopo Morrone d’assistere alla scomparsa delle correnti dalla Magistratura italiana si colloca tra i due poli del velleitario ottimismo e dell’accesa polemica. Quelli che l’Anm chiama apudicamente ‘gruppi associativi’ e che da sempre s’identificano invece per ‘correnti’ della Magistratura è fenomeno connaturale dell’organizzazione giudiziaria italiana. Per scomparire le correnti dovrebbe radicalmente modificarsi il meccanismo selettivo e d’avanzamento dei giudici. È un fatto che esiste – nell’intera burocrazia italiana – per la sola Magistratura. Non si ritrova in alcun altro apparato dello Stato una così marcata organizzazione politica, distribuita su un mix ideologico- culturale e di potere. Non ce l’hanno prefetti, diplomatici, poliziotti o professori universitari, per non parlare dei carabinieri. Solo i magistrati, e lo custodiscono gelosamente, come si nota dalle reazioni indignate dei rappresentanti Anm, poco c’è mancato non fosse evocata la soppressione dell’Associazione dei magistrati durante il Fascismo. Lo stesso vicepresidente del Csm è intervenuto con decisione, chiedendo l’intervento del Ministro della Giustizia. Eppure, l’avvocato Legnini, che del Csm è stato per cinque anni vicepresidente e proprio in questi giorni sta per cedere la carica a chi gli succederà, deve pur aver compreso a quali distorsioni rispetto alla corretta gestione degli incarichi tra i giudici conduce il sistema correntizio. Lo diremo subito. Ma prim’ancora basti osservare che l’organizzazione per correnti è mutuata dal modello del partito politico, almeno quello vecchia maniera, perché corrisponde (nella sua migliore visione) all’esigenza di declinare l’azione politica verso determinate scelte piuttosto che altre, sia pure all’interno d’una visione complessivamente comune. Insomma, le correnti sono un modo per l’organizzazione del potere di decisione e d’indirizzo del partito nella sua quotidiana azione. Che un tale modello si sia riprodotto all’interno della Magistratura, la dice da solo assai lunga sulla pretesa neutralità di quel potere dello Stato. Il fenomeno, insomma, ci parla della sostanza delle cose, anche se la realtà, come sempre, nel Belpaese viene nascosta sotto una coltre di fandonie e d’ipocrisie. E torniamo all’intervento di Legnini. Il quale deve aver celermente dimenticato quando condizionante possa risultare – rispetto all’obiettivo esercizio della funzione della distribuzione degli uffici direttivi (procuratori della Repubblica, presidenti di tribunale, di corti d’appello, ecc.) – il peso e l’incidenza dell’organizzazione della Magistratura per correnti. Una prova se ne ha, semplicemente sul dato formale: ove cioè si consideri il numero elevato d’annullamenti – talora con motivazioni fortemente critiche – da parte del giudice amministrativo delle delibere del Csm. Annullamenti cui spesso seguono atti di conferma dei precedenti deliberati, a dimostrazione delle difficoltà che s’incontrano per convincere l’organo di autogoverno della giurisdizione al rispetto zelante delle sentenze. Sono poi anche note multiformi pratiche, finalizzate tutte al rispetto degli equilibri correntizi: la più famosa, quella dell’approvazione contestuale, per ‘pacchetti’, di più incarichi direttivi, in modo che la contemporaneità eviti gli scherzi, insomma che i patti non vengano rispettati. Ora, che tutta questa deteriore politicizzazione non produca effetti sul concreto esercizio della giurisdizione: cioè a dire che, una volta assunti gli influenti incarichi, quegli (ormai) alti magistrati restino del tutto indifferenti ai percorsi che li hanno portati a sedere sui loro elevati scranni, potrà certamente anche essere, ma è lecito dubitarne, almeno ragionando secondo medie umane: che, si sa, valgono però per tutti ma non anche per i giudici. I quali, in quanto giudicano, non possono esser giudicati che da se stessi e con proprio criterio. Un’attività, però, quest’ultima molto difficile a praticarsi e che richiederebbe lunghi insegnamenti di critica e d’autoanalisi, gli uni e gli altri, per quel che ne so, non impartiti nella bella villa di Castel Pulci in quel di Scandicci, dove ha sede la Scuola Superiore della Magistratura. Si sa, però, che in Italia la verità non deve può mai affiorare, sommersa com’è quasi sempre da vane retoriche che rivestono robustissimi interessi corporativi. Il sottosegretario è stato evidentemente avventato nella sua polemica, chiaramente avvelenata dal furore leghista, provocato dal noto sequestro di beni. Ma la questione esiste, esiste da sempre ed il fatto che il vicepresidente del Csm abbia reagito nel modo in cui ha reagito – per di più quando, dovendo lasciare la carica, avrebbe goduto d’una certa maggior libertà – fa intendere, meglio d’ogn’altra considerazione, quanto velleitaria è la pretesa d’uscire da un contesto così ricco di protezioni e difese.

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