Martedì 17 Luglio 2018 - 15:35

Opere pubbliche, sospensiva? No, ci pensa il dirigente

Opinionista: 

Giovanni Lepre*

Benedetti siano i dati! In questo caso, a fornirli è un prezioso dossier del centro studi della Giustizia amministrativa. Dall’indagine effettuata, risulta che nel biennio 2015-2016 il 28% delle gare indette dalla Consip è stato oggetto di ricorsi e che quasi il 40% si concentra in tre città: nell’ordine, Roma, Napoli e Milano. I ricorsi, al di là delle grandi stazioni appaltanti, tendono ad aumentare fortemente laddove più ingente sia l’importo messo a gara. In teoria, comunque, il rallentamento derivante dal ricorso dovrebbe limitarsi ai casi in cui il Tar, o in seconda istanza il Consiglio di Stato, si determini a sancire la sospensiva del bando in attesa del giudizio di merito. A questo proposito, le elaborazioni fatte dal centro studi della Giustizia amministrativa riflettono un esito sorprendente: pur limitando l’analisi ai bandi più allettanti, quelli “sopra” il milione di euro, nel 2016 la sospensiva a seguito di ricorso è stata concessa soltanto per il 3,6% dei casi. Cosa dobbiamo ricavarne? Che l’impasse delle opere pubbliche originata dal contenzioso è meno grave di quanto facciano ritenere le lagnanze di operatori e opinione pubblica?Non è così. Sono tantissimi i casi in cui le amministrazioni autosospendono l’appalto, malgrado la mancanza di sospensiva, nel timore di citazioni da parte della Corte dei conti per danno erariale. In questi casi, una modifica normativa che imponesse la prosecuzione dell’appalto in assenza di sospensiva, e che ovviamente salvaguardasse il dirigente da eventuali responsabilità personali, sarebbe oro colato per l’accelerazione di infrastrutture spesso essenziali per migliorare la qualità della vita e le condizioni di agibilità delle imprese di un territorio. Ma, accanto all’esigenza sempre meno rinviabile di rivedere le regole sui ricorsi, bisogna superare un altro nodo cruciale per migliorare lo stato dell’arte in materia di opere pubbliche. Il codice degli appalti ha frenato la spesa per bandi pubblici in tutta la Penisola e soprattutto nel Sud. Si trattava di adeguarci a una direttiva vincolante dell’Unione europea, ma in Italia, per smanie di perfezionismo e pregiudizio ideologico contro l’impresa, si è finito col peggiorare vincoli già di per sé impegnativi. Soprattutto, si è trascurato un elemento essenziale. Per attuare la riforma, serviva qualificare le macchine amministrative, sbloccando il turnover e immettendo nuove professionalità. Non lo si è fatto, e i danni maggiori ovviamente sono stati prodotti al Sud, dove di queste energie e competenze nuove c’era più bisogno.

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