Venerdì 21 Luglio 2017 - 10:56

Ora il Nord e il Sud più disuguali di prima

Opinionista: 

Ermanno Corsi

Tra due giorni il presidente Sergio Mattarella sarà a Napoli per l’ottava volta. Dalla sua elezione al Quirinale (febbraio 2015) è venuto per varie, sempre molto importanti, occasioni: l’apertura di un nuovo anno scolastico, il ciclo accademico a Suor Orsola Benincasa, la Carmen al San Carlo, la mostra a Pompei su Mitoraj e la visita agli scavi, i 150 anni dalla nascita di Benedetto Croce, una sosta da “turista” a Villa Rosebery, il restauro architettonico del museo ferroviario di Pietrarsa (dove prova emozione quando vede la foto del padre Bernardo che, a suo tempo, era stato ministro del Trasporti). Adesso viene per celebrare i 100 anni dell’Unione degli industriali partenopei. Non si tratterà solo di spegnere le rituali candeline, ma di accenderne tante altre con la speranza che facciano più luce di quelle “trascorse”. *** Uno sguardo al futuro. Il tema proposto è giustamente molto ambizioso, ma anche difficilmente eludibile: il ruolo di Napoli e del Mezzogiorno nello sviluppo economico e sociale dell’Italia e dell’Europa. Dentro c’è tutto. Sarebbe inutile appesantimento aggiungere altri elementi (troppa lunghezza fa perdere di vista l’essenza, ammoniva Esiodo!). Le prospettive per avere fiducia peraltro non mancano: il nuovo ciclo dei fondi europei (sei anni fino al 2020) non sono affatto avari con l’Italia cui vengono riservati 42 miliardi di euro. Venti vanno alle otto regioni meridionali e 4,8 alla Campania. Primo interrogativo: i governi del territorio saranno all’altezza dei compiti che li attendono? Fare pessimismo preventivo non serve, anche se avere dubbi può indurre a essere più attenti, più consapevolmente vigili. *** Palazzo Chigi in campo. Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha scelto Matera (proclamata per il 2019 capitale della cultura) per parlare di una nuova, e tanto attesa, attenzione per il Sud. Ha usato la metafora della rana che per molto tempo se ne sta ferma a terra ma che poi, all’improvviso, fa un inaspettato e sorprendente balzo in alto e in avanti. Ne ha ribadito il senso ad Afragola quando ha inaugurato la Porta del Sud: la modernissima stazione che punta a “rivoluzionare” i trasporti in quel 40 per cento di territorio che una volta si definiva la “bassa Italia”. *** Repetita iuvant. Il premier è un uomo d’onore e certamente terrà fede a quello che ha detto e farà compiere al Governo gli atti conseguenti. Così come non è mancato di ammirevole autocritica Matteo Renzi quando ha osservato che, negli ultimi 20 anni, la politica per il Sud non è stata proporzionale alla dimensione dei problemi. Ecco perché doveva nascere la “Grande officina” con una dote di 70 miliardi da investire. Qualcosa allora si muove? La “rana” fa un primo balzo con il ministro della Coesione territoriale Claudio De Vincenti: sceglie Ravello per parlare di “metamorfosi della questione meridionale” e annunciare un decreto “innovativo”. Si permetterà ai giovani meridionali (“dove la disoccupazione è più alta che altrove”) di costruirsi un futuro. Ci saranno risorse da 40mila a 200mila euro a testa per rigenerare i terreni incolti, per l’artigianato e per l’industria. Le “zone ad economia speciale” completeranno il progetto. *** Un nuovo cammino. Quando, nell’agosto 1950, nacque la Cassa per il Mezzogiorno (l’intervento straordinario voluto da Alcide De Gasperi e da meridionalisti come Pasquale Saraceno, Nino Novacco, Donato Menichella, Giuseppe Cenzato) il Nord riceveva, in via del tutto ordinaria, risorse 100 volte superiori a quelle del Sud. Con la Cassa, e per 24 anni, si tentò un primo riequilibrio e le aree meridionali, dotate di importanti servizi, divennero più industrializzabili. Poi l’intervento straordinario cessò e quello ordinario venne perfino dimezzato. Sul terreno rimanevano cattedrali nel deserto oppure opere che rimanevano sconsolatamente “dimesse”. Sulle ragioni di questo abbandono partiti e Governi non si sono ancora responsabilmente interrogati. Con l’Agensud (altri 6 anni) malinconica erede della Cassa, il new deal americano si perse definitivamente nel porto delle nebbie. Si fecero i conti: erano stati spesi, complessivamente, 279763 miliardi di lire. *** Sconsolante risultato. Oggi il reddito a persona nel Nord è doppio rispetto al Sud dove doppi sono inesorabilmente disoccupazione e lavoro nero, mancando anche i più piccoli segni di incoraggiante inversione di tendenza. Un Mezzogiorno a “pelle di leopardo” per dire che, almeno, non è un unico blocco di sottosviluppo. A dimostrarlo le due dorsali, quella adriatica e quella tirrenica: la gara è a chi è meno distante dal resto del Paese, ma ciascuna certamente meno vicina di prima. Troppe volte tutta la vicenda sociale si svolge all’interno di una deprimente guerra tra poveri. *** Il caso Napoli. I dati sono impietosi. C’è un boom di poveri (definiti malinconicamente “eredi dei leggendari lazzaroni”). I napoletani che “vantano” un reddito fino a 10mila euro l’anno, sono ben il 35,18 per cento. Se poi si parla di “paperoni” (120 mila euro lordi l’anno), sono appena 4mila: lo 0 e 97 per cento, mentre a Milano sono il 3,07. Fa meraviglia apprendere, dal recente rapporto Censis di Giorgio De Rita, che nella ex capitale del Sud “trionfano” mercato del falso, mancanza di senso civico e deficit crescente di illegalità? *** Il monito di Giustino Fortunato. Il grande meridionalista disse: “Il Mezzogiorno sarà la fortuna o la sciagura dell’Italia. Oggi dell’Europa (e forse non solo!).

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