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Circa quarantuno anni fa, il molto superficialmente ricordato in questi giorni Pier Paolo Pasolini, replicando a severe critiche che l’Osservatore Romano aveva riservato ad un suo articolo "corsaro" (così chiamò i suoi interventi sul Corriere della sera) d’un paio di settimane prima, ricordò con artistica sintesi che «la storia della Chiesa è una storia di potere e di delitti di potere: ma, quel che è ancor peggio, è, almeno per quanto riguarda gli ultimi secoli, una storia d’ignoranza». Quanto a quest’ultimo appunto, si riferiva al fatto che alla fine del secondo millennio, ancora gli ecclesiastici s’attardavano (e s’attardano) sul pensiero tomistico, quando la moderna epistemologia mette in discussione la possibilità stessa che possa concepirsi il concetto di verità, a tutto voler concedere relegato alla dimensione della probabilità, quando non anche a quella della convenzione discorsiva. Era risentito, il nostro Pier Paolo: perché le critiche dell’Osservatore – subdolamente estese alla sua tormentata sfera privata – si rivolgevano ad un suo articolo ispirato ad alcune profonde e genuine riflessioni di Paolo VI sulla crisi dell’istituzione ecclesiale. Ma quello di Pasolini non era un intervento distruttivo: lo scrittore – forse il più lucido e libero intellettuale del Novecento italiano – aveva in sé il tarlo dello spirito religioso, pur dichiarandosi ateo. Ed in quello stesso articolo citava un altro, forse troppo presto snobbato ma sensibilissimo letterato italiano, Mario Soldati. Questo vasto e tormentato poligrafo – allievo di gesuiti e profondamente piemontese – aveva colto, nella crisi della Chiesa cattolica, un’aura di felicità: la «felicità di dover ricominciare tutto daccapo. La liberazione dal potere ». Notevoli letterati entrambi: certo Pasolini molto più su. Ma entrambi, ho l’impressione, hanno difettato di senso storico. Quello che sta accadendo nelle chiuse stanze ecclesiastiche in questi giorni, temo dimostri – a distanza di quarant’anni – l’impossibilità di risanare un’istituzione fondata sulla tradizione allorquando imbocchi il percorso della corruzione. E che si sia corrotta, non lo dico io, bensì il Papa in persona: in forme inusualmente sincere. Del resto, molti cardinali – Eminenze della Chiesa – andrebbero scomunicati per l’uso che han fatto dell’obolo di San Pietro e di altre varie risorse da riservare – fides, spes et caritas, sed harum trium maxima est charitas, scriveva San Paolo in una sua fondante Epistola – alla solidarietà verso i poveri. Il Papa stesso, gesuita, alimenta le sue energie alla tradizione, all’intero universo simbolico che fa della Cattedra di San Pietro un riferimento universale, anche se sempre meno universale. Il carisma del quale egli indubbiamente s’avvale, nasce non da lui – che pure è un uomo carismatico che dialetticamente si fortifica nel suo demolire molte delle fonti del carisma – ma da una storia plurimillenaria che ha fatto della Chiesa un’istituzione ‘senza fine’. Senza fine perché ha saputo approvvigionarsi ad alcune umanissime ed eterne esigenze umane. Il problema però oggi è che nascondere le debolezze è quasi impossibile, spiati come siamo anche quando emettiamo un lieve sospiro. E più d’un sospiro s’emette nei sotterranei del Vaticano, dove gli uomini in abito talare possono mostrarsi santi, solo a patto d’ascondere una parte della loro esistenza. È vero, la Chiesa oggi potrebbe – con Bergoglio – avere la felicità del dover ricominciare tutto daccapo. Ma per questo compito, io vedo adatto solo Francesco. Che è Francesco, però, soprattutto perché capo della Chiesa carismatica. Quella che dovrebbe ricreare ab imis fundamentis, dalle radici. Ed una tradizione rifondata dalle radici non è più tale. Da ateo, vorrei sbagliarmi, perché penso d’intendere il sofferto conforto della religione e delle istituzioni che la sostengono. Ma ciò a cui sto assistendo, m’induce a severo scetticismo. E questo mi lascia in sospeso. Condizione tipica dell’ateo, soggetto non propriamente disposto ad additarsi a modello.