Accessibilità:
-A A +A
Print Friendly, PDF & Email

È di questi giorni l’ennesima indagine sui concorsi truccati nella sanità regionale. Questa volta, ad essere stata colpita è l’amministrazione umbra, con tanto d’arresti dell’assessore al ramo, del segretario regionale del partito di maggioranza, questa volta il Pd e con indagini a carico della stessa presidente della locale Giunta. Di qualche mese fa, analoga vicenda colpì la Basilicata, portando alle dimissioni il presidente della Giunta in carica. La trama è abbastanza monotona e racconta di segnalazioni alle commissioni di concorso da parte di politici per favorire questo o quell’altro nell’ambito accesso ai ruoli della sanità regionale. Non è detto che tutto ciò produrrà condanne, perché sempre più di frequente s’assiste al tentativo di dilatazione della fattispecie penale, per punire condotte che semplicemente si connotano per scarso riguardo a trasparenza e rigore morale. Ma tant’è, anche questo è fenomeno dei nostri tempi decadenti: dove non sono riuscite ad istituzionalizzarsi regole di correttezza comportamentale, spesso si slargano quelle giuridiche, nel vano fine – almeno c’è da sperare sia questo il fine – d’insegnare con il codice penale quanto non s’è trasmesso negli anni giusti, quelli in cui si educa il cittadino al vivere civile. Mentre, dunque, si ripetono di questi episodi, in Campania assistiamo a qualcosa in più grande stile, e più sfacciato, e senza fare una piega. È di queste ultime settimane l’insistente notizia della feroce battaglia che si starebbe combattendo tra il presidente campano della Giunta regionale ed il ministro della Sanità Giulia Grillo, proveniente dalle fila del M5S. Una battaglia che ha ad oggetto apparente il commissariamento governativo della nostra sanità, non in grado di raggiungere i livelli essenziali d’assistenza e di mantenere in equilibrio il suo vorace bilancio; ma al di sotto della quale si nasconderebbero interessi più concreti e meno ostensibili: la gestione di concorsi per circa ottomila assunzioni, di qui alle elezioni fissate per la tarda primavera del prossimo anno. Questa la notizia che, non smentita ed anzi ben alimentata, viene riferita dagli organi d’informazione. Fosse vero, sarebbe una sorta d’aperta manifestazione d’un grave disegno criminale: basti pensare che gli scandali sono ad oggi venuti ad evidenza si sono mantenuti nell’ordine di qualche assunzione, insomma di qualcosa che si contava con le dita di una, al massimo due mani. Qui si vocifera – anzi si sbandiera – un intento che avrebbe ad oggetto l’assunzione d’un numero di dipendenti che potrebbe costituire una legione straniera. Ora, io non so quanto tutto ciò sia vero, anche se il mio Paese m’ha abituato a vederne di tutti i colori, senza che nemmeno un accenno di rossore affiorasse sui volti dei protagonisti di quelle imprese, mentre le realizzavano o le proponevano. Ed un po’ tutti abbiam fatto l’abitudine ad accettar di tutto. Ma questa cosa a me pare di particolare interesse, per dimensione, oggetto dell’intento, indifferenza con la quale vien lasciata passare. Quel che sta accadendo, si sta manifestando come un fatto di cultura, come un qualcosa d’accettato, di normale, di giusto, d’irrilevante come una qualsiasi vicenda di routine. Eppure, ad essere coinvolte sarebbero le massime istituzioni dello Stato e del governo regionale, vale a dire il potere esecutivo nelle sue più alte manifestazioni, al cui interno si starebbe combattendo una battaglia tutta caratterizzata quanto meno da gravissime forme di sviamento. E quel che più sorprende – o, meglio, altrove sorprenderebbe – è il difetto di reazione, da parte di tutti ed in particolare da parte di chi avrebbe l’obbligo della vigilanza. A meno che non mi sia sfuggito, non mi pare d’aver sentito d’un’interrogazione parlamentare per far luce sulla vicenda. Nessuno dei pur numerosi eletti alle camere legislative – cui in materie come queste compete un dovere di controllo particolarmente intenso, trattandosi di fermare eventuali deviazioni del Governo – ha ritenuto di raccogliere le notizie provenienti dagli organi di stampa – generalmente ben informati su questi retroscena – e chiedere spiegazioni a chi di competenza. Nessuno. E questo è particolarmente grave, perché segnala un fenomeno, culturale appunto. È da noi ritenuto normale che qualcuno possa pensare – sempre che questo dovesse risultare vero – che il potere di commissariare la sanità d’una Regione sia sospettato d’essere strumentalizzato al fine d’appropriarsi della gestione dei concorsi; e che una battaglia intorno a ciò s’alimenti proprio perché questa gestione non sia spostata. Insomma, è considerato normale che la democrazia non viva di consenso guadagnato su elevati risultati in vantaggio della collettività, bensì sulla distribuzione copiosa di posti. Non sulla creazione di posti di lavoro, ma sulla personalistica erogazione di quelli che ci sono. Insomma, un vero disastro.