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Le amministrative sono dietro l’angolo e animano il solito dilemma. Sindaci che nascono dalla politica militante o personaggi della società civile capaci di dare una verniciata alla coalizione? Stavolta, il sasso nello stagno lo lancia il Corriere della Sera e non manca un dibattito franco e aperto. In realtà, siamo al capolinea dei grandi partiti del Novecento. Quelli che avevano robuste scuole di partito, quelli che allevavano la loro classe dirigente attraverso analisi, confronti, dibattiti profondi, costruendo un ideale ascensore politico e culturale che portava i migliori dai livelli amministrativi locali a quelli nazionali. E non sono stati sicuramente solo il berlusconismo o il grillismo a prendere a spallate il vecchio sistema. Molto hanno contribuito il lievito dell’antipolitica, le casse sempre più esangui dei Comuni, le inchieste della Magistratura diffuse a macchia di leopardo sul territorio, il marciare imperioso e partecipativo dei social network. E i partiti, così, sono diventati forzatamente leggeri, inanimati, costretti costantemente ad inventarsi qualcosa. Le primarie, i tecnici chiamati in politica, le rottamazioni, il cesarismo dei leaders. Approfondiamo insieme. Le primarie, negli ultimi anni, hanno già mostrato la corda. Qualche esito discreto, sicuramente, ma anche due straordinari flop come Roma e Genova, a conferma che l’amministrazione di una grande area metropolitana prevede, necessariamente, una competenza che faccia rima con esperienza. I tecnici chiamati in politica, in effetti, legittimano il fallimento dei partiti. Una volta, si trattava di figure che si muovevano, a latere, delle amministrazioni. Realtà che consigliavano, suggerivano, proponevano, salvando il principio che l’ ultima parola spettasse al politico. Oggi, sono chiamati direttamente a svolgere una funzione di supplenza, quasi che i partiti fossero diventati trasparenti. La rottamazione, poi, resta un mistero buffo. Non è la giovinezza la garanzia delle tue capacità, né, tantomeno, la vecchiaia l’ unico discrimine. Ma è scontato che ogni rivoluzione, anche la più morbida, si porti dietro le sue vittime e i suoi carnefici. E il cesarismo politico resta figlio di questo profilo, imponendo il personalismo e l’individualismo che incide e decide, secondo le nuove regole dell’ uomo solo al comando. È una deriva? È una scontata mentalità dei tempi? No, semplicemente la logica che per guidare oggi le grandi aree metropolitane del Paese occorrono uomini di straordinaria esperienza, capaci, all’occorrenza di diventare anche manager. Con stipendi limitati ma anche con responsabilità immense. Con il contorno di una squadra di assoluta qualità, capace di ereditare situazioni economiche estremamente complesse, da riportare, con fatica, ad una difficile normalità.