Mercoledì 21 Novembre 2018 - 4:34

Quella responsabilità che vive sempre altrove

Opinionista: 

Giuseppe Scalera

In queste nuove, spietate leggi della politica contemporanea si affermano regole nuove, per molti versi imperscrutabili. Scompare, almeno in teoria, la cosiddetta continuità amministrativa, l’onere di ereditare, nel bene e nel male, l’operatività dell’organo istituzionale e di coloro che lo hanno amministrato. Si afferma, per converso, il principio della critica globale, la gomena alla quale aggrapparsi per giustificare i propri limiti, le proprie inefficienze che non dipendono più, caso strano, da chi ha in mano il timone ma, solo ed esclusivamente, dai partiti di ieri, dagli errori del passato, dai limiti del governo che ti ha preceduto, da chi non ha investito quando doveva investire. Fateci caso, è in corso nel nostro Paese una sorta di folle revisionismo. L’Italia, uscita a pezzi dalla seconda guerra mondiale, capace di tirarsi su e di diventare, seppur tra mille contraddizioni, una delle grandi potenze industriali del mondo, sembra improvvisamente scadere al rango di modesto teatrino istituzionale nel quale quelli che furono grandi partiti vengono ridotti a semplici comparse. Ma i numeri, come sempre, parlano il linguaggio della verità e non si prestano alle modeste invenzioni di qualche variopinto grande fratello. Mentre oggi il Prodotto Interno Lordo si attesta, forse, in un ottimistico +0,8 %, tra il 1951 e il 1963, quando molti di questi virgulti non esistevano ancora, il Pil in Italia aumentò alla media del 5,9% annuo (con un picco dell’ 8,3% nel 1961), molto avanti alla Francia (4,4% nello stesso periodo) e alla Gran Bretagna (2,6%). Nel frattempo, il reddito nazionale raddoppiò da 14.900 miliardi di lire a 31.261, mentre gli investimenti salirono da 2.300 miliardi a 7.700. Si dirà, roba da età della pietra. Ma avviciniamoci ai giorni nostri. 1987, governi di pentapartito, l’Italia accresce il suo Pil del 18% e diviene, secondo l’Economist, la sesta nazione più ricca del mondo. Poi, certo, tra alti e bassi, siamo arrivati ai giorni nostri ma il tentativo folle di cancellare con disgusto tutto il passato politico, sociale, culturale ed industriale del nostro Paese è un’impresa che fa sinceramente sorridere. Sul governo del cambiamento, oggi, è troppo presto per parlare. Gli esordi, comunque, sembrano figli della commedia dell’ arte. Si resta oggettivamente attoniti nell’ assistere, tutte le sere, a questo gigantesco baccanale legato all’ entusiasmante : finalmente, arrivano i nostri . E adesso su, tutti in attesa della prossima esondazione, del prossimo smottamento e, purtroppo, dei prossimi morti per sentirci dire che tutto questo deriva dagli errori del passato e che da oggi, finalmente, con una semplice intervista, o magari con un video su twitter, si volta finalmente pagina.  

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