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Ieri, poco dopo le cinque della sera, Mattarella ha provato la sua ultima mossa. Di fronte allo stallo dei partiti, di fronte ad una legislatura che corre il rischio di morire prima ancora di essere nata, di fronte all’irritualità di un voto in estate, di fronte alla necessità di tenere l’economia italiana al coperto da qualsiasi speculazione finanziaria, si avverte la necessità di un Governo neutrale, di servizio, formato da personalità politicamente non collocate, in carica solo per il 2018, ma comunque pronte a lasciare subito ove emergesse una qualsiasi maggioranza politica. Mattarella indica una strada, conferma il Parlamento come luogo della discussione e dell’analisi politica ma offre una tregua al gioco degli inganni e dei veti. Un’ipotesi subito sfregiata dalle reazioni politiche dei partiti. I 5Stelle si chiamano immediatamente fuori, indisponibili anche Lega e Fratelli d’Italia mentre gli unici ad apprezzare lo sforzo del Presidente sono gli uomini del Pd, ovviamente, tra l’altro, preoccupati di un ritorno alle urne che potrebbe ulteriormente limarne le percentuali. In questo contesto, il Governo di garanzia salta immediatamente come un tappo di champagne. Potrebbe andare in Parlamento, potrebbe presentarsi alla fiducia delle Camere, con la certezza di ritrovarsi senza una maggioranza in grado di sostenerlo. Un Governo sfiduciato in premessa, puramente elettorale, chiamato ad una strettissima ordinarietà amministrativa. Anche perché il Capo dello Stato ha chiuso la porta ad ogni, ulteriore proroga del governo Gentiloni, ringraziandolo per quanto fatto ma annunciando il suo arrivo al capolinea. Indiscutibilmente, uno smacco per le tesi del Presidente che cala all’interno di un contesto politico che vive già dei primi fremiti elettorali . La sensazione è che, a questo punto, le urne siano davvero dietro l’angolo. Le continue fibrillazioni tra Salvini e Berlusconi (che ha chiesto ieri un ulteriore sforzo per l’intesa ed un eventuale voto in autunno) fanno presagire come il mastice della coalizione di centro- destra sia debole e come, in una nuova legislatura, ognuno potrebbe muoversi con mani più libere, favorendo, tra l’altro, quell’intesa Salvini – Di Maio più volte ventilata in questi giorni, per la quale non sembrano ancora maturi i tempi. L’estate, al momento, sembra l’ostacolo più alto. Non si è mai votato sotto l’ombrellone. Per l’8 luglio, la data sollecitata dai 5Stelle, è un traguardo impossibile. Mancano i tempi necessari. Forse il 22, ma dietro l’angolo c’è agosto. L’unico dato certo è che la 18esima legislatura è stata messa in archivio praticamente ieri. E per un Paese in crisi come il nostro è una notizia che si anima di pericolosi interrogativi.