Mercoledì 23 Gennaio 2019 - 22:53

Rivolta della borghesia assente nel Mezzogiorno

Opinionista: 

Salvo Iavarone

Caro Direttore, appare quanto meno singolare assistere alla rivolta delle associazioni al Nord, mentre sotto il Garigliano nessuno protesta. Non si capisce (o forse appare invece evidente), se la mancata sollevazione popolare sia figlia di una soddisfazione diffusa, piuttosto che della incapacità di far squadra nei momenti focali; o magari una attesa fiduciosa quanto surreale, del reddito di cittadinanza. Visto, quest’ ultimo, come una pioggia di benefici salva tutto e salva tutti. Lascio al lettore la sintesi. Qui provo ad immaginare lo scenario, con qualche parallelo. Conosco da anni personalmente Vincenzo Ilotte, presidente della Camera di Commercio di Torino, da dove è partita la rivolta di associazioni e borghesia, che ha portato alla grande manifestazione guidata alle Ogr da Vincenzo Boccia; e quindi all’audizione dal ministro Salvini. Dicevo di Ilotte, imprenditore sano ed onesto, di fama internazionale, ma ben attento ai problemi del suo territorio e del Paese in senso più ampio. Vive il suo ruolo assolutamente integrato con le frequenze mentali e culturali dei cittadini che lui rappresenta. Ho fatto questo passaggio, non per celebrare il presidente, che peraltro non ha di certo bisogno del mio sostegno, ma per rendere visibile la natura sociale e psicologica della protesta che ha generato “Sì Tav”, Ogr, e tutto quanto ne sta a ruota. Le categorie al Nord, credono nello Stato. Anche la borghesia ci crede. Son pronti a criticare, a chiedere modifiche di rotta, correzioni dei provvedimenti. Correzioni che devono nascere da una analisi e dalla riflessione post analisi. Ma resta il rispetto dei ruoli. Se qualcuno sbaglia paga. Ma ciò non significa che non esiste lo Stato. Nel Regno di Napoli qualcosa cambia. Intanto impera la cultura del sospetto. Chi è potente vuol dire che è stato bravo a scalare livelli economici e sociali. Come ha fatto non si dice. L’importante è che l’abbia fatta franca, e non emergano guai. Poi c’è la fiducia incondizionata nei regnanti. Salvo poi fare la rivoluzione, in caso (frequente) che non abbiano successo. Insomma, viva tutti, e abbasso tutti! A seconda della fase emotiva. Conosco bene anche Vito Grassi, presidente di Unindustria a Napoli, ad esempio (non ho il piacere di conoscere Fiola, il neo presidente della Camera). Vito non ha nulla da invidiare ad Ilotte, in quanto ad impianto morale e culturale, ma si trova davanti uno scenario molto distante da quello torinese, ispirato più o meno alle considerazioni qui sopra espresse. A Napoli ognuno attende, non si sa bene cosa. Magari benessere, piuttosto che Maradona o Achille Lauro. Per cercare di coprire i tanti vuoti, le carenze. Se l’attesa delude, allora si invoca uno Stato inesistente, buono solo a fare favoritismi e alimentare personalismi. Insomma, o tutto, o niente. Quindi perché protestare? La protesta serve a produrre richieste specifiche, indirizzate ad un sistema nel quale credere. E cercare di ottenere risposte, magari utili solo in parte. Qui o si fa la rivoluzione, oppure ci si limita ad assistere a qualche lamento solitario, frutto di un malcontento di quartiere, se non di condominio. Ma la piazza è un’altra cosa. D’altronde basta esplorare un po’ di storia del cinema e della letteratura. Luchino Visconti nel “ Gattopardo” ci dimostra come avesse ben capito questi argomenti molto prima. Per non parlare di Ferrante d’Aragona , che nel 1486 rinchiuse tutti i baroni nella sala del Maschio Angioino, ad essi poi dedicata. Anche loro volevano fare la rivoluzione. Ma non andò come avevano sperato.

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