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C’è, nella composizione del nuovo governo, una particolare novità che sembra essere sfuggita alla gran parte degli osservatori, ma che non appare priva di significato. Il Ministero per i rapporti con il Parlamento, di cui è titolare il pentastellato Riccardo Fraccaro, ha allargato le sue competenze. Ora si chiama "Ministero per i rapporti con il Parlamento e per la democrazia diretta ". Il perché di questa aggiunta è chiaro: in sordina, senza clamorosi annunci e senza squilli di tromba, la nuova leadership governativa ha, in questo modo, indicato qual è il significato più autentico di quella formula, "governo del cambiamento" con la quale intende qualificarsi agli occhi della pubblica opinione. Settant'anni or sono i padri costituenti hanno scelto di dare al nostro Paese i connotati della democrazia rappresentativa che è l'incontestabile antitesi della democrazia diretta. L'articolo 1 della Carta costituzionale non lascia adito a dubbi a questo riguardo. Sia chiaro: al suo interno la nostra Costituzione prevede anche forme di democrazia diretta come il referendum. Ma l'impianto complessivo è quello della democrazia rappresentativa che fu scelta perché offriva (e offre) maggiori garanzie della democrazia diretta sostenuta fortemente dai movimenti populisti che hanno trovato in Internet (vedi i Cinquestelle) lo strumento idoneo a dare applicazione alla loro scelta. La principale controindicazione alla democrazia diretta, se si ha il coraggio di guardare al di là del contingente, è che essa ha, come obiettivo finale, un regime di stampo autoritario nel quale vengono meno tutti i contrappesi grazie ai quali il sistema rappresentativo-parlamentare garantisce il mantenimento della democrazia. Inoltre, chi propugna la democrazia diretta, non può non guardare con fastidio all'Unione europea per i lacci e lacciuoli che impone agli Stati aderenti. Dalla teoria alla pratica. In Italia il piano per il passaggio dalla democrazia rappresentativa alla democrazia diretta è in piena attuazione. I suoi sostenitori hanno conquistato il governo e hanno un leader che non nasconde più di tanto i suoi propositi. Non è l'evanescente Di Maio, telecomandato dal duo Grillo-Casaleggio, né il presidente del Consiglio Conte che, sia detto con tutto il rispetto, ci fa tornare alla memoria una battuta del grande Fortebraccio (Ruggero Zangrandi) che raccontò di un'auto con a bordo un noto ministro che si era fermata davanti a Montecitorio. Si era aperto lo sportello e non ne era uscito nessuno... Il vero "uomo forte " di questa coalizione si chiama Matteo Salvini. Da quando ha preso il posto di Umberto Bossi alla guida del Carroccio, Salvini ha attuato, nel partito, una vera e propria rivoluzione copernicana, trasformandolo da movimento prettamente nordista, in una forza politica nazionale, stipulando con Silvio Berlusconi un'alleanza a suo esclusivo uso e consumo, abbandonandolo cinicamente quando ha visto di avere il potere a portata di mano, facendosi interprete degli umori più egoistici degli italiani (come nella lotta contro i migranti della quale ha fatto il proprio cavallo di battaglia). Che Salvini si stia comportando in modo da affermare la propria leadership e lo stia facendo con molta determinazione, è più che evidente, come è fuor di dubbio che egli stia perseguendo, come punto di approdo, l'instaurazione di una democrazia diretta. I prossimi mesi diranno se e in qual modo le altre forze politiche saranno in grado di contrastare il piano egemonico del leader leghista.