Martedì 13 Novembre 2018 - 5:30

Salvini, la magistratura e il “fantasioso reato”

Opinionista: 

Orazio Abbamonte

Sentendosi assediato dalle iniziative della Magistratura italiana nei confronti suoi e del partito di cui è segretario, venerdì scorso Matteo Salvini ha letto in diretta l’avviso di garanzia recapitatogli dai Carabinieri con la contestazione del sequestro di persona aggravato – reato presidiato da una trentina d’anni di reclusione – ed ha seccamente commentato che, a differenza dei magistrati che l’accusano, lui è eletto dal popolo sovrano. Questa puntuale notazione è stata poi in parte ridimensionata il giorno successivo dopo un incontro con l’altro vice Presidente del consiglio, Luigi Di Maio, ma la sostanza delle cose non cambia. Perché Matteo Salvini ha posto a chiare lettere un problema di legittimazione tutt’altro che trascurabile. Non nuovo, ben s’intenda, ma serio e di particolare rilievo. E ciò per un vario ordine di ragioni. Anzitutto, per ragioni di carattere storico, che sembrano invece sfuggire. L’attuale momento, non solo italiano, ma evidentemente mondiale, si caratterizza per un marcato richiamo ai valori della rappresentanza politica. Tutto quanto sa di élites, di dirigenze, di tecnicismi è puntualmente allegato a sospetto, quando non anche, anzi assai spesso, dileggiato; più si va verso ambienti rarefatti, autoriferiti, esclusivi, più il sospetto nei loro riguardi si consolida. Di questa tendenza attuale, hanno fatto e stanno facendo le spese, per dire, personaggi del calibro di Hillary Clinton, o organizzazioni solide e risalenti come quella ecclesiastica; è in ragione delle accuse contro il privilegio di pochi, che il M5S ha messo in fienile la gran parte dei suoi consensi elettorali ed è nella protezione dei valori nazionali – di tutta la nazione, si noti – che la Lega sta quotidianamente lievitando nei sondaggi. Il presidente Putin è a sua volta molto amato per quanto riesce a far crescere l’orgoglio della grande patria russa. Insomma, si leggono nello spirito del tempo segni evidentissimi d’insofferenza per le distinzioni, per il ragionamento complesso, per quanto non sia riconducibile con immediatezza a valori semplici e condivisi acriticamente dai più. Ora, è chiaro che in un simile contesto, una Magistratura autoriferita quant’altre mai – la cui unica legittimazione dovrebbe ascriversi ad una speciale competenza tecnica che peraltro da nessuno può essere verificata, stante il valore dell’indipendenza, se non da essa stessa che puntualmente la riconosce ad ogni suo appartenente – non ha molte possibilità d’opporre granché al sentire comune, quando assume iniziative come quella di sequestrare ogni bene presente, passato e futuro del partito più popolare del momento o d’indagare il suo segretario politico per un gravissimo quanto – a mio giudizio – fantasioso reato. Ma questo è solo un aspetto, anche se quello storicamente più condizionante, della rilevanza politica che assume questione. L’aspetto ancor più radicale evocato dal richiamo di Salvini alla sua legittimazione elettiva attiene proprio alla funzione della Magistratura nel sistema politico. È una questione che già più volte ho toccato. L’azione penale è intrisa di politicità. Indirizzando il potere repressivo dello Stato verso determinate direzioni, spiega anche ai cittadini cosa devono particolarmente temere quando pongono in essere le proprie condotte e dunque li dissuade anticipatamente dal farlo. E non basta. Perché chi è colpito dall’azione penale viene, per così dire, invalidato, posto ai margini della società, insomma si rende la sua vita assai difficile. Ora, in tutto ciò c’è molto di politico. Per rimanere alla vicenda concreata, accusare il Ministro dell’Interno d’avere commesso un reato di sequestro di persona aggravato dal fine estorsivo nei confronti delle istituzioni europee, servendosi per di più della forza armata dello Stato, non è né una banalità né alcunché d’obiettivo e scontato. Si tratta anzi di prendere la non banale decisione d’estendere la portata regolativa d’una figura di reato concepita per perseguire la più efferata criminalità organizzata, fino a consentirle d’abbracciare anche la condotta del responsabile della sicurezza del Paese e permettere così di punire un’azione rispondente al suo programma politico, suo e del Governo in carica. Non è necessario esser giurista sofisticato – anzi è meglio non esserlo – per intendere all’evidenza quanto una tale operazione interpretativa sia intrisa di politicità: tutta la politicità necessaria ad assegnare alle parole del codice penale un significato attualizzante tale da renderle prensili d’una condotta alla quale né il legislatore né altri avevano fino ad oggi mai nemmeno lontanamente pensato. Ben inteso: anche se al non giurista la cosa può apparire enorme, in realtà il diritto ha una sua peculiare elasticità, che gli consente d’avere quello che un giurista medievale chiamava il naso di cera: lo si può torcere a piacimento. Ma questa è appunto la politicità del diritto o, se si vuole, la sua storicità. E nel tempo attuale è difficile concepire – o almeno a me così appare – che possa essere svolto questo compito in una mediazione puramente tecnica affidata alle cure dei burocrati. Avete sentito per caso imputare il Presidente Macron per i trattamenti nient’affatto amichevoli riservati agli immigrati? Lì il Pubblico ministero è sottoposto al controllo del governo, ed il Paese, se mal non vado errato, gode d’una certa efficienza organizzativa. 

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