Venerdì 24 Novembre 2017 - 12:17

Storia di un processo inutile e costoso

Opinionista: 

Gerardo Mazziotti

“Il sistema giudiziario del nostro Paese è una fabbrica inefficiente e costosa, che, se fosse privata, sarebbe fallita da decenni. Siccome è pubblica si continua a pompare risorse avendo cura che siano poche e che lo stato di inefficienza perduri”. Lo ha scritto nel 2007 il magistrato Bruno Tinti nel suo libro “Toghe rotte”. E ha detto che “l’inefficienza è la causa prima di un arretrato penale di oltre 3 milioni e mezzo di processi destinati a estinguersi per prescrizione nella misura del 90%.” Un dato inammissibile. Perciò la magistratura dovrebbe impegnarsi nell’accelerare al massimo questi processi anzicchè celebrarne di nuovi. E invece la Procura di Napoli decise nel 2010 di processare Silvio Berlusconi, accusato di avere corrotto con una ingente dazione di denaro (3 milioni di euro, nientemeno) l’ex senatore Sergio De Gregorio allo scopo di far cadere il governo Prodi. I pm napoletani non avevano dubbi che il passaggio al centrodestra berlusconiano del senatore dipietrista fosse frutto di una corruzione. Dissero, tra l’altro: “Ci troviamo di fronte a un colossale investimento economico diretto ad ottenere l'unico risultato che interessava all'uomo Berlusconi, ossessionato solo dalla volontà di mandare a casa Prodi e prenderne il posto (…) Siamo al cospetto di una delle peggiori ipotesi che si possano prospettare. Una vicenda che resterà nei libri di storia e servirà come monito per il futuro". Invece trovò normale seppur deplorevole il comportamento di De Gregorio l’ ex pm di Mani Pulite Antonio Di Pietro, entrato in politica con la sua formazione Italia dei Valori e diventato senatore e ministro. Tant’è che il 26 aprile 2006 mi rispose con questa mail: “Caro Mazziotti, oggi sono in imbarazzo a scrivere questa lettera. Il senatore De Gregorio si è fatto eleggere Presidente della Commissione Difesa del Senato con i voti della Cdl. Lo ha fatto, lui dice, per motivi patriottici. Io non lo credo. Lo ha fatto perché gli è convenuto. (…) La maggioranza dell’Unione al Senato è di due voti. Si vuole paralizzare il Paese, ritornare alle urne, per una presidenza di commissione espellendo De Gregorio dal partito e quindi dalla coalizione? Io non me la sento, per rispetto delle emergenze che questo Paese deve gestire in questo momento”. Di Pietro non ipotizzò alcuna corruzione perché l’articolo 67 della Costituzione (“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” ) legittima il passaggio dei parlamentari da un gruppo all’altro. Questo malcostume è noto come “trasformismo” ed è una prassi del Parlamento italiano sin dai tempi di Agostino De Pretis. Si tratta di un comportamento deplorevole sotto il profilo morale e politico ma non è un reato penale, di cui dar conto alla magistratura. Tant’è vero che nessun pm ipotizzò la corruzione quando nel 1998, auspice il Presidente Emerito e senatore a vita Francesco Cossiga, i parlamentari di Clemente Mastella passarono dal centrodestra al centrosinistra per consentire a Massimo D’Alema di formare il suo governo. E nessun pm ipotizzò la corruzione quando nel dicembre 2010 molti parlamentari del centrosinistra accorsero a votare la fiducia al quarto Governo Berlusconi. Si parlò di “mercato delle vacche” e di “compravendita di senatori” ma nulla di più. E nessun pm ha pensato di processare qualcuno dei 235 parlamentari che hanno cambiato casacca dal febbraio 2013 ad oggi dando all’attuale Parlamento un assetto completamente diverso da quello uscito dalle urne. Ma c’è di più. Il governo Prodi è caduto il 24 gennaio 2008 perché non gli hanno votato la fiducia Domenico Fisichella, senatore della Margherita, i liberaldemocratici Lamberto Dini e Giuseppe Scalera, Clemente Mastella e i due senatori dell’Udeur. Il solo voto contrario del “corrotto” (?) De Gregorio non sarebbe bastato. Un processo inutile. E costoso. Dichiarato estinto per prescrizione il 20 aprile 2017 con le motivazioni rese note il 1° novembre scorso dalla seconda sezione della Corte di Appello di Napoli. Ha ragione Bruno Tinti: «Abbiamo bisogno di Toghe Sane». E di un nuovo sistema giudiziario. Efficiente.

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