Sabato 23 Giugno 2018 - 4:22

Una appucundrìa velata di Napoli malafemmena

Opinionista: 

Pasquale Mastrangelo

Ci sono storie che raccontano magie, ci sono vite che raccontano leggende e miti metropolitani di questa città sospesa tra cielo e mare, dove la risacca salmastra lambisce i bassi e i colori caldi dell'alba e del tramonto velano d'allegria e tristezza questa Napoli malafemmena, sempre orgogliosa, ma pronta a vendersi per continuare ad esistere. È la patria del "fujitevenne" di Eduardo, di Totò che s'aggirava di nascosto nel suo rione Stella, è la radice contorta e dolente del blues di Pino e del teatro appucundriaco di Massimo, tutti figli di una terra in dissesto idrogeologico, mai nel suo tessuto di amore e di passioni, transfughi lontani come figli cresciuti che lasciano la famiglia per cercare fortuna, ma con un indissolubile legame d'affetto e un cordone ombelicale mai reciso.Sono coloro che lasciano, che fuggono via, a sentire sempre il bisogno impellente di tornare, anche se per poco, per riscoprire se le radici perdute sono ancora fiorenti, se il legno del proprio albero è ancora verde e non sia inaridito di quella stessa malattia esistenziale che li ha condotti lontanto dal focolaio endemico, silente ed immanente come il vulcano. Oggi l'appucundrìa ci prende, a 3 anni dalla morte di Pino, ma monta urente e dolce anche per la visione del bellissimo film di Ozpetek, "Napoli velata", perchè con la sua narrazione ci esplora dentro, costringendoci a continuare a sognare e a sperare, perchè, come il Cristo della Cappella San Severo, la sofferenza mai rassegnata ma salvifica traspare dalla nostra anima oltre il "velo" e si manifesta a coloro che non comprendono ancora l'anima napoletana, riducendola ad una superficialità d'abitudine. Al di là della sua translatura idiomatica dal termine "ipocondria", di chiara etimologia greca, del senso italiano resta ben poco. Anzi se in un gioco semantico volessimo forzarne il significato, "appucundrìa" sarebbe la migliore eredità linguistica dell'antica Magna Graecia, perchè in essa racchiude il "cuore" circondato dal velame diaframmatico, un "condrios" in senso lato, perchè esprime il fulcro contraddittorio dell'esistenzialismo napoletano, quel vivere sempre secondo un codice non scritto, fatto di passione, amore ed odio, di una fatalismo tragico ed ironico, ma mai portatore di solo dolore, mai ipocondriaco. Ognuno di noi ha la sua personale appucundrìa, il suo risentimento, il rammarico di aver dovuto vivere tra le braccia di una madre, generosa ma incapace di proteggere i suoi figli, col capo coperto e il petto contrito davanti alla Madonna e a San Gennaro, ma malafemmena distratta e traditrice, insensibile al male ed all'incuria causata alla sua terra. A Napoli, l'appucundria non nasce soltanto dai ricordi, dalle rivisitazioni dei vicoli, degli angoli spagnoli, di una Spaccanapoli che riecheggia di profumi, spezie, o di imbonitori e lazzari che ti taccheggiano per un soldo, mentre sei stordito dalla cannella, dal pomodoro acre e dalle chiaviche che effluviano il salmastro melmoso, ma anche dai suoi fantasmi di nobiltà decaduta, dalle sue "janàre plebee" e dai suoi alchimisti e cabalisti, come quell'ombra parruccona, strana e familiare, con un fardello di pergamene, che attraversa furtiva piazza San Domenico per raggiungere il suo palazzo delle "macchine anatomiche". Già, a Napoli l'appucundria è un sogno, una visione sospesa fra realtà ed immaginazione. Anch'io "soffro" di appucundria. Per il ricordo di un rifiuto del maestro Eduardo, in un camerino del San Ferdinando, a consentire alla nostra compagnia studentesca di portare in scena "Questi fantasmi", perchè ritenuti non all'altezza. Per una sera di settembre, mentre passeggiando sul Lungomare con mia madre, la vidi commuoversi mentre da un'auto di cortesia davanti ad un albergo emergeva il grande Totò, che al saluto del valletto, "Altezza Reale!" rispose "Un metro e sessanta!". Dalle risate per le immancabili "non sense", che produceva Massimo, allora artista in embrione, nel suo quotidiano sfaccendare nella barberia di Giorgio Romanelli a San Giorgio a Cremano, all'angolo di quella stessa piazza che oggi porta il suo nome, dove c'era sempre un caffè sospeso, e dalla tristezza di leggervi oggi soltanto una dedica sotto una foto..."con tanto affetto"... e niente più. E intanto resta questo sentimento cosmico che mi consuma perchè vedo ancora "lazzari felici... c'o volto santo 'mpietto e 'a guerra dint'e mmane..." mentre osservo il mio golfo e fuori schizzechea.   

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