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Il magistrato Anna Scognamiglio ha proprio ragione, questa vicenda di Vincenzo De Luca sta diventando una "storia infinita", o meglio, una penosa, continua e irrisolta sceneggiata napoletana, che, a differenza di quelle teatrali e popolari, non giova affatto ad una già precaria condizione sociale ed economica di questa nostra infelice regione. Essa offende, da qualsiasi angolazione si prospetti, un elettorato campano, che si sente ancora una volta manipolato, tradito e disatteso nelle sue speranze di assistere ad una rinascita politica e amministrativa nelle stanze del potere regionale, e che oggi appare ancora più confuso da questa ennesima indagine, una tegola che pur coinvolgendo gravemente il “governatore sceriffo”, al fine si abbatterà con maggiori e incontrollabili danni collaterali sui cittadini incolpevoli da lui amministrati. Qualsiasi esito, infatti, produrrà questa pesante e nuova - ma non troppo - inchiesta romana, con il suo inevitabile corollario di polverone mediatico, le conseguenze per le progettualità messe in cantiere a Santa Lucia, saranno disastrose, perché la situazione, in questo abbandonato angolo d'Italia, è drammatica, dalla sanità ai trasporti, dall'economia turistica appena in ripresa al terziario sommerso, che non riesce a contrarre e ad invertire una disoccupazione ed un disorientamento giovanile, "grazie" anche ad una deficienza manageriale della regione per rivitalizzare le fatiscenti strutture e la carente metodica didattica delle nostre scuole. Già in precedenti occasioni, abbiamo commentato le vicende, a dir poco "surreali" del sindaco degli addobbi natalizi, dal mento pronunciato e scalfito, come la sua terminologia fiorita e condita di reminiscenze da gerarchie fasciste, con la perenne postura "a damigiana" nella sua anelante marcia su Napoli, che evoca gli inizi di un disastroso ventennio nazionale. Il sindaco, il politico, che partendo da una solida e pluriennale esperienza di sinistra, di socialismo, ha virato sensibilmente, vuoi per paturnie caratteriali, vuoi per esigenze di conquistarsi "un posto al sole" nello scadente e brullo panorama di un Pd in bambola, verso un atteggiamento sempre più da "dominus" oligarca e tribunizio, non può accontentarsi di sfilarsi oggi da una vicenda tanto delicata, quanto oscena, se fosse confermata e provata ogni accusa, dichiarandosi estraneo, ignaro, vittima, cioè contraddicendo tutta la sua storia personale e la sua inesorabile ascesa di amministratore decisionista, autoritario ed accentratore, ed insistendo sul monocorde e puerile tasto di essere all'oscuro dell'operato di Mastursi, suo braccio destro storico, factotum organizzativo e filtro renale del suo organismo politico e del Pd campano! È un'offesa grossolana e patetica per la nostra intelligenza... a meno che, sulla falsariga del caso Scognamiglio, una "buona magistratura" riuscisse a dimostrare, per ipotesi paradossale, anche questa nuova luminaria deluchiana: e qui veniamo all'altra faccia di questa medaglia svalutata, il gioco dei sospetti, delle intercettazioni, e delle faide che continuamente albergano nei palazzi di giustizia italiani. Anche questa, cara giudice Scognamiglio e company, è una storia infinita. Non se ne può più di politicizzazioni togate, di flussi migratori di notizie lanciate ad arte come coltelli per colpire oppositori, antagonisti in carriera, figure istituzionali, o schierarsi con il primo arrivato al potere, cercare d'ingraziarsene i favori, offrire coperture legali o giudiziarie in cambio di promozioni, un posto in parlamento, o la carica di primo cittadino di una metropoli, per poi scadere in trame ritorsive, se i patti non vengono mantenuti. Non per falso buonismo, a noi piace esperire un'altra chiave di lettura in questa oscura vicenda, una storia da via "delle botteghe oscure", se ci si consente il gioco di parole. Sospettiamo un ulteriore capitolo di una guerra fredda, fra il Pd di un Renzi, sempre più proprietario unico, e il sindaco sceriffo: una resa dei conti tutta da definire, che il fiorentino sta mettendo in atto per sbarazzarsi di un personaggio guareschiano solo nella forma, ma pericoloso e maligno avversario in un possibile conflitto elettorale interno nel 2018, specie se De Luca fosse in grado di uscire da questo nuovo pantano e affermarsi come un vento di riforma e di novità in un meridione dimenticato da Dio, dal governo e dalle sue sacerdotesse mediatiche: i due sono troppo simili nell'arrogante ed esclusiva affermazione della propria superiore personalità per ritrovarsi amici e compagni. Sia chiaro però a tutti coloro che sono coinvolti in questa storia infinita che noi, o tutti coloro che hanno espresso un voto di speranza, siamo garantisti fino a prova contraria, ma non fessi, stanchi e comunque sfiduciati di un fallimento amministrativo, che sia la destra di Caldoro o la sinistra di De Luca, supportata da un partito di falsi pentiti berlusconiani, sembrano purtroppo avere nel proprio Dna.