Venerdì 24 Novembre 2017 - 12:17

Verità su Bassolino tra mito e decadenza

Opinionista: 

Aldo de Francesco

In queste ore, in cui fa discutere l’addio di Antonio Bassolino al Pd, è opportuno un discorso sulla sua controversa testimonianza politica e sulla valanga di conseguenti reazioni: una melassa di ipocrisie, di convenienze elettorali e di adulazioni. Il suo vecchio partito, dopo averlo “giustamente” emarginato, finge di rimpiangerlo, il neo “disperato” partito, Articolo Uno Mdp, dove verrebbe accolto, gongola, nella speranza che, con altri cespugli e cespuglietti, risollevi sondaggi da prefisso telefonico, infine, sognano la “claque” o le “claquettes” della vecchia, inqualificabile casta, cui ora si accoda anche il “rivoluzionario” de Magistris, bisognoso di uscire da un assedio amministrativo. L’unico, fino a qualche tempo addietro, ad usare il dispregiativo di “monnezza” verso l’odierno, corteggiato ex nemico. Acrobazie di quel trasformismo, definito da Guido Dorso la maggiore iattura del Sud. Ma che cosa è realmente questo personaggio ancora così conteso malgrado i guai collezionati? Oggetto di lodi sperticate al di là di ogni ragionevolezza, spesso al centro di apprezzamenti incomprensibili rispetto a quello – tanto - che ha promesso nella sua fortunata carriera e non ha mantenuto, la sua vita politica va distinta e giudicata in due fasi. Positiva e costruttiva, diremmo “mitica”, la fase originaria, formativa nel segno rigoroso di “falce e martello”, di una immersione nel sociale senza risparmio, con tratti di suggestiva militanza, da comunista romantico e operaista. È stato umile attacchino, servitore della propaganda e allo stesso tempo, nelle sezioni del Pci, “araldo” appassionato della egemonia finale “gramsciana” del “partito- principe”. Se, però, la prima fase dell’appartenenza ortodossa è da dieci e lode; la seconda, quella istituzionale, è da bocciatura senza appello, per una serie di flop, ormai incancellabili nella storia di Napoli. Malgrado da sindaco, nel 1994, abbia avuto - dal traino eccezionale del G7 e al ripiano dei debiti del Comune assecondato dal presidente Ciampi - condizioni di favore per cambiare le cose, lui ha provveduto, invece, ad aggravarle. Per citarne solo alcune tra le tantissime: un piano regolatore senza prospettive per uno sviluppo policentrico e il totale abbandono delle periferie. Il suo periodo più nero però risale al decennio in cui fu Governatore della Campania, condizionato dai quotidiani “diktat” di De Mita, con il quale, alla fine degli anni Novanta, aveva stretto un patto di potere. In sintesi: dopo la bufera delegittimante di Tangentopoli, Bassolino provvedeva a “sdoganare” il filosofo della Magna Grecia, spianandogli la strada di coordinatore regionale della Margherita e questi, a sua volta, gli garantiva una riserva cospicua di voti nelle zone interne. Quel patto siglato, pare, davanti a un “capretto” allo spiedo, nel vescovado di Sant’Angelo dei Lombardi, ha condizionato irreparabilmente la vita della Regione. Per una scientifica spartizione di poltrone, devastante nel comparto della Sanità, di cui tuttora paghiamo le conseguenze con un commissariamento da brividi. Stando così le cose, solo un popolo smemorato può correre ancora dietro a un personaggio fallimentare. Diciamocelo francamente: il “mito” del comunista irriducibile non può cancellare le sue imperdonabili colpe.

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