Domenica 17 Dicembre 2017 - 5:22

Carratelli, c’era una volta “il giornalista”

Mimmo Carratelli (nella foto) è un giornalista sportivo. È stato inviato speciale e caporedattore al “Roma”, alla “Gazzetta dello Sport”, al “Corriere dello Sport”, al “Mattino”, oltre che vicedirettore del “Guerin Sportivo”. Vincitore del Premio Ussi per il libro “Monaco 1972” e Premio Coni per la storia della Nazionale di calcio pubblicata sul “Guerin Sportivo”. È autore dei libri “Ultime voci dall’epicentro” sul terremoto in Irpinia in collaborazione con Aldo de Francesco e Salvatore Biazzo, “Quando lo sport è favola”, “E nel settimo giorno Dio creò gli allenatori”, “Elogio del pibe”, “Elogio di Alì”, “Elogio di Valentino Rossi”, “Elogio delle primarie”, “Elogio di Mourinho”, “Elogio di De Laurentiis”. Autore di tre romanzi quali “Un cuore colorato”, “L’ombra del leopardo” e “Una milanese a Capri”. Ha scritto ancora “La grande storia del Napoli”, “Il tango del petisso”, “Ferlaino sceicco di Napoli. Palazzi, amori e scudetti”, “Caro Diego… 50 anni Maradona”, “Marek Hamsik, il principe azzurro”. «Mia madre, come tutte le donne meridionali, voleva un figlio laureato e poiché studiavo giurisprudenza mi sognava notaio. Io, però, la scelta l’avevo già fatta. Lavoravo con mio padre, Orazio Carratelli, responsabile della redazione napoletana del “Giornale d’Italia”: il virus giornalistico me lo ha trasmesso lui, il mio grande maestro. Con papà hanno lavorato i giornalisti Mario Cicelyn, Giacinto Maria Spadetta e Salvatore Maffei».

 Riuscì a laurearsi?

 «Mentre lavoravo come abusivo al “Roma”, nel 1957, ma lo feci solo per rendere contenta mia madre. La tesi la preparò mio padre al quale consegnai una serie di ricerche che avevo fatto nella biblioteca universitaria».

 Su quale argomento?

 «Ero molto affascinato dal professore Antonio Guarino, ordinario di Istituzioni di Diritto Romano. Faceva anche il giornalista per la Rai di Napoli e spesso ci incrociavamo sui fatti di cronaca. Era molto amico di mio padre e io, per l’ammirazione verso questa bellissima figura, decisi di chiedergli la tesi di laurea. Ma quando andai in biblioteca per scopiazzare, mi trovai di fronte a testi tutti in tedesco. Lo tradii e presi una tesi in Diritto della Navigazione. Da quel giorno ho avuto vergogna di incontrarlo e di fatto non l’ho più rivisto».

 L’esame era molto temuto dagli studenti. A lei come andò?

 «Dopo avere superato gli scogli degli scritti e del colloquio con l’assistente, mi presentai da lui per le domande finali. Ero convinto di essere andato bene ma a un certo punto Guarino cominciò a dirmi: “Carratelli, mi dispiace…”. Tutti quelli che stavano dietro di me a seguire l’esame iniziarono a mormorare: “Ha fregato anche Carratelli”. Alla fine il professore sentenziò: “Non le posso dare più di ventisette”».

 Di cosa si occupava al Giornale d’Italia?

 «Ho fatto il cronista di bianca, nera, dei consigli comunali e provinciali. Il consiglio comunale di Napoli, sindaco Lauro, era il più seguito in Italia dagli inviati di tutti i giornali insieme al Consiglio di Giorgio La Pira a Firenze e di Giuseppe Dozza a Bologna. Lauro li sorpassava per folklore. Aveva una claque pittoresca. Il consiglio comunale di Napoli era un vero spettacolo».

 Fu testimone di un episodio singolare. Ce lo ricorda?

 «Alla sinistra della tribunetta per la stampa, nella Sala dei Baroni al Maschio Angioino, c’era il banco dei consiglieri del Pci. I primi tre, gli ingegneri Bertoli, Cosenza e Chiaromonte, erano vestiti come Togliatti, in doppiopetto blu. Quando parlavano, Lauro per “smontarli” faceva un rumore con la penna che, amplificato dal microfono, dava fastidio, Quando però parlava Bertoli stava in silenzio e non si muoveva. Una volta Lauro lo chiamò con un cenno della mano e Bertoli, con grande educazione, si avvicinò al suo scanno. Il Comandante tirò fuori dalla tasca una caramella e gliela diede. Il consigliere “rosso”, con eleganza, la prese e tornò al suo posto. Oggi non potrebbe accadere. Il gesto di Lauro scatenerebbe una rissa. In un Consiglio caciarone, c’era questo profondo rispetto di Lauro per Bertoli, due mondi opposti, l’ignoranza e la cultura ».

 Scrisse su questo episodio?

 «Non firmai io il pezzo perché non risultavo nell’organico della redazione. Lo inserii nel “fuori sacco” che portai la sera alla stazione perché fosse ritirato a Roma. Il quotidiano romano usciva nel pomeriggio. La mattina dopo, quando a prima ora c’erano le cosiddette fisse telefoniche con il giornale, risposi io alla chiamata per dettare i pezzi dell’ultimo momento che mio padre aveva scritto durante la notte. Mi dissero di chiamarlo: lo volevano licenziare perché un giornale liberale non poteva pubblicare un articolo con protagonisti in positivo i comunisti che io avevo osannato perché mi affascinavano. Papà rifece il pezzo e tutto si sistemò».

 Quando approdò al “Roma”?

 «Mio padre telefonò al suo amico Ludovico Greco, redattore capo del “Roma”, e gli chiese se aveva la possibilità di prendermi. Greco gli diede la sua disponibilità. Quando mi ricevette mi chiese: “Ma voi che sapete fare?

”. Gli risposi: “Un po’ tutto”. E lui: “Ma che cosa significa un po’ tutto. Voi non sapete fare niente. Da domani farete il giro degli ospedali”. Ero figlio di un giornalista suo amico, ma non ebbi nessun trattamento di riguardo. Allora si faceva così e, dico, giustamente! ».

 È stata l’occasione per farle incontrare grandi maestri… «Quando andai a fare il reporter anche nella sala stampa della Questura, incontrai personaggi che, con coraggio e spavalderia, stavano in prima linea gareggiando con i poliziotti per arrivare sul luogo dei delitti in anticipo rispetto a loro. Il decano era Vincenzo Abate, prima reporter de “Il Giornale”, poi del “Roma pomeriggio”. Mario Di Mauro era il reporter del “Mattino”, afflitto da problemi familiari ed economici. Mi tenne a battesimo come reporter del “Roma”. Raggiunsi con lui un accordo alimentare: in cambio delle notizie che scovava gli offrivo un immancabile panino con mortadella e mozzarella che compravo alla rosticceria “Aluzzi” di via Medina. Enrico Marcucci faceva il “giro” degli ospedali per il quotidiano di via Chiatamone. Un giorno che bucai un delitto all’ospedale Loreto di via Crispi mi fornì le notizie dopo avermi preso amabilmente in giro. Mimì Romano era elettrico, sempre in movimento, furbo e spassoso. E poi c’erano Geppino Lucianelli che lavorava per l’Associated Press, Silvio Giovenco, Luigi Ricci. Una sala stampa da film. Enzo Perez, dalla sveltissima mano mancina, era il più documentato di tutto (leggendario l’archivio di cronaca nera che teneva a casa al quale attingevano i carabinieri). Lavorava per il “Roma”. È stato il mio paziente e amabile maestro quando andai a lavorare nella redazione del “Roma”. Gli altri reporter davano le informazioni per telefono ai cronisti in redazione, detti estensori, che scrivevano l’articolo».

 Ci chiarisca subito una cosa: che cosa significa scrivere da giornalista?

 «Occorre avere un modello, come stile di scrittura, che sia un giornalista, uno scrittore, un letterato, leggerlo molto e approfondire la sua tecnica. Poi evitare di essere banali, scontati, escludere le frasi fatte, avere un inizio di pezzo che catturi subito il lettore, esporre con una scrittura serrata, giornalistica, che è diversa dallo scrivere correttamente in italiano e, come in un film, avere il colpo finale a effetto. Bisogna lavorarci molto. Poi se ti aiuta un po’ di qualità, si può riuscire».

 Lei come ha fatto?

 «Per succhiarne lo stile ho letto Hemingway e poi Garcia Marquez. Leggevo avidamente Indro Montanelli ed Egisto Corradi, grande inviato di cronaca del “Corsera”. Prendevo i pezzi di Montanelli, li smontavo e cercavo di ricostruirli, ma non riuscivo mai a uguagliare l’originale perché il suo “trucco” era talmente abile e sottile che non riuscivo a rifarlo. Comunque, leggere e leggere finché qualcosa ti rimane nell’orecchio, il ritmo, il taglio del pezzo. Su questo aspetto fondamentale della formazione di un giornalista mio padre mi diede una lezione che non dimenticherò mai».

 Ci racconti... «A Torino uscì un nuovo settimanale. Chiamai la segreteria di redazione e chiesi se da Napoli occorresse qualche cosa. Mi risposero di fare due, tre proposte. Le mandai e ne accettarono una. Preparai il pezzo ed ero trionfante perché già mi vedevo su un giornale nazionale. Da solo. Senza l’aiuto di mio padre. Poi ebbi come un rimorso. Non potevo fargli torto. Allora gli portai le mie quattro cartelle e gli spiegai di che cosa si trattava. Lui, glaciale, mi disse di lasciarle sulla scrivania e di tornare più tardi a riprenderle. Quando tornai da lui, mi consegnò le quattro cartelle. Il pezzo era stato riscritto completamente a penna nello spazio tra una riga e l’altra. Le sue parole furono: “Copialo e non ti preoccupare”. Fu una lezione di vita, ma anche un insegnamento per imparare a scrivere. E furono tante le occasioni in cui mio padre mi faceva riscrivere i miei articoli e stracciava i titoli che facevo. Ai miei tempi avevamo maestri che ci insegnavano il mestiere. Oggi mi pare che non ce ne siano più e i giovani vanno allo sbaraglio».

 Ma servono le scuole di giornalismo?

 «Se sono dirette da giornalisti certamente sì, ma purtroppo non sempre è così. L’optimum sarebbe che ci fosse anche un tipografo vecchia maniera».

 Perché?

 «Il tipografo era il migliore giudice di noi giornalisti. Non essendo nostro collega non poteva essere invidioso. Era imparziale nei giudizi. Componendo molti articoli, alla fine capivano se il pezzo andava bene o meno. E com’era andato il pezzo ce ne accorgevamo scendendo in tipografia: se il pezzo andava, i tipografi ci facevano festa, altrimenti era una assoluta indifferenza».

 Qual è stata la sua scuola?

 «L’abusivato che io, come tanti colleghi del mio tempo, facevamo lavorando nei giornali senza contratto prima di essere assunti. Sfruttati, ma guidati nel lavoro. Una vera scuola di vita e di giornalismo».

 Oggi come è il giornalismo?

 «C’è omologazione totale e si corre in continuazione. Noi avevamo più tempo per lavorare bene. Intanto, c’erano solo tre fonti di notizie, le agenzie Ansa, Reuters e United Press. Ora c’è un flusso continuo che non lascia tregua. C’è più ansia con un aggiornamento continuo del lavoro. Il lavoro in redazione dei miei tempi era più sereno. C’erano calma e sicurezza perché i giornali erano guidati da validi direttori, giornalisti prima che direttori. E c’era tempo per fare scherzi. Le redazioni erano un posto divertente con personaggi oggi irripetibili».

 Quando ha iniziato a occuparsi di sport?

 «Lasciai la cronaca perché ritenevo che lo sport mi desse più opportunità di fare lo… scrittore. Chiesi ad Antonio Scotti, capo della redazione sportiva del “Roma”, se aveva posto per me. Si mise d’accordo con Bruno Stocchetti, capo effettivo della cronaca, un grande giornalista capace di scrivere in mezz’ora due colonne di giornale. Il capocronista ufficiale era Giovanni Romei».

 Da chi era composta la redazione sportiva?

 «C’erano colleghi formidabili: Gianni Nicolini, Maurizio Romano, Umberto Carli, Clemente Hengeller, Sergio Capece, Italo Khune. E avevamo un nume tutelare: Carlo Di Nanni».

 Quando c’è stato il salto?

 «Scotti ebbe un infarto e mi disse che avrei dovuto seguire il Napoli al posto suo. Mi tremarono le gambe. Seguire la squadra azzurra e scriverne era come scrivere il capo-cronaca. Era il pezzo più letto e io venivo dopo un grande maestro come Scotti, eccezionale intenditore di calcio e con un suo stile inconfondibile. Ma Tonino mi seguì con molto affetto. Esordii con una partita tra Salernitana e Napoli. Il pezzo lo feci leggere prima a Scotti. Mi sentivo sotto esame. Continuo a sentirmici ancora oggi quando scrivo. Forse, è il segreto per dare il meglio».

 Fece anche il direttore responsabile di un mensile?

 «Era “Il Napoletano”, un rotocalco formato “Panorama”, da marzo 1975 ad aprile 1976. Un’idea di Corrado Ferlaino. Parlava di tutto quello che succedeva a Napoli, cronaca bianca e nera, politica, attualità, la parte finale era dedicata allo sport. Ebbi collaboratori eccezionali, Tosatti, Ormezzano, Ghirelli, Gazzaniga, Caminiti, Pesciaroli, Giglio Panza che dirigeva “Tuttosport”. E avevano la “disegnata” delle partite di Franco Fontanella, che rivaleggiava col famoso Silva del “Calcio illustrato”. Lo stampava la tipografia del Vaticano a Pompei dove il maggiore affare era la stampa in centinaia di migliaia di copie di manifesti arabi ».

 Ingaggiò, anche se per una sola volta, un personaggio di grande livello. «Giorgio Bocca. Gli telefonai chiedendogli un pezzo su Napoli. Accettò. Andai subito da Ferlaino e gli dissi: “Ingegnere, mandi immediatamente un assegno di 400mila lire a Bocca. Ha accettato di collaborare”. Due giorni dopo arrivò il pezzo, scritto alla grande e con tante verità su Napoli. Bocca purtroppo passò poi a “Repubblica” con un contratto in esclusiva ».

 Questo giornale le aprì la strada per l’esperienza milanese. «D’estate, il 1978 credo, a Vico Equense mi chiamò Gino Palumbo. Aveva visto “Il Napoletano” e mi offrì di andare a Milano ad organizzare il supplemento illustrato della “Gazzetta dello Sport”. Un giornale prefabbricato che non mi entusiasmò e, poi, Palumbo era ossessivo sul lavoro, ma era avanti di almeno 50 anni sulle iniziative editoriali. Me ne andai maldestramente, con la complicità di Orazio Mazzoni che dirigeva il “Mattino”, tenendo Palumbo all’oscuro di tutto. Gino lo scoprì e lo considerò un tradimento. Mi fece “una pezza” e mi disse che non avrei messo piede né al “Mattino” né in altre testate della Rizzoli».

 E dove andò?

 «Tornai al “Roma”. Nel 1980 col giornale in crisi, ero alle Olimpiadi di Mosca. Dissi ai colleghi di Bologna Adalberto Bortolotti e Italo Cucci, se per caso c’era posto al “Guerin Sportivo”. Mi risposero che se ne sarebbero ricordati. Pensavo che fosse una promessa per modo di dire. Invece, col “Roma” chiuso e allo spirare della cassa integrazione, mi telefonò Bortolotti per andare a Bologna. Sono rimasto al “Guerin Sportivo” quattro anni. Ma mi mancava il quotidiano e perciò passai al “Corriere dello Sport” sempre a Bologna. Ci rimasi un anno scarso ».

 Perché?

 «Mi telefonò dal “Mattino” Gianni Ambrosino e mi chiese se volevo tornare a Napoli. Incredibile, mi mancava il mare, mi mancava Napoli. Credevo fosse una falsa nostalgia dei napoletani “all’estero”. La provavo anch’io. Dissi di sì. Al “Mattino” di Pasquale Nonno, con il pensionamento, ho terminato la mia carriera di capo della redazione sportiva».

 Attualmente cosa fa?

 «Ho scritto ancora per il “Roma” poi, invitato dal direttore Barbano a scrivere per il “Mattino”, non ho resistito alla vanità di avere qualche lettore in più, come dissi ad Antonio Sasso quando lasciai la collaborazione al “Roma” da lui diretto. Un amico comprensivo che non me ne ha voluto e mi vuole ancora bene. Ci conosciamo dai tempi del “Roma” diretto da Alberto Giovannini, anni Sessanta».

 

di Mimmo Sica

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