Mercoledì 28 Giugno 2017 - 12:36

Il “faro” che illumina l’Augusteo

Albachiara Ammendola (nella foto) è romana di nascita, ma è vissuta a Napoli fin da bambina. Il papà medico e la mamma insegnante volevano che frequentasse l’università e si laureasse. Lei sognava di diventare regista, amava la recitazione teatrale, la rivista, i film musicali. Si incantava a vedere la morte di Carnevale messa in scena nei Quartieri spagnoli, con le donne che piangevano e i “femminielli”. Poi giovanissima incontrò Francesco Caccavale e la sua vita cambiò. «Ho frequentato le scuole elementari e le medie al Suor Orsola Benincasa e poi il liceo Genovesi fino al secondo anno, ma mamma voleva che prendessi un titolo di studio compiuto e conseguii il diploma magistrale all’istituto Eleonora Pimentel Fonseca».

Ha mai insegnato?

«No perché mi piovve in testa una raccomandazione e fui chiamata al nascente Consorzio obbligatorio per le imposte dirette finalizzato alla meccanizzazione dei ruoli esattoriali. All’epoca non esistevano i computer e i dati si registravano su delle schede mediante le perforatrici. Poi arrivò il 1401 della Ibm, il primo computer. Era un armadio e me ne innamorai. Da autodidatta diventai espertissima di quella macchina e credo di essere stata una delle prime programmatrici, almeno a Napoli, pur senza avere mai seguito alcun corso. Incredibile, ma vero».

Già conosceva Francesco Caccavale?

«L’amore della mia vita l’ho conosciuto quando avevo 19 anni. Ci eravamo trasferiti al Vomero e andammo ad abitare nel palazzo di proprietà di suo padre. Conobbi i suoi nipotini e io che adoravo i bambini giocavo con loro. Un giorno la più grande mi disse: “ti voglio presentare zio Francesco, lo sposerò io”. Devo dire che fu un colpo di fulmine. Ci mettemmo insieme nonostante le nostre famiglie fossero contrarie. Iniziò la nostra “simbiosi” che diede una svolta anche alla mia vita lavorativa».

Perché?

«Quando lo conobbi era il classico figlio di papà, simpatico, ricco, con una bella macchina, amico di Roberto Murolo e Fausto Cigliano, che pensava solo a divertirsi. Dopo un anno, però, suo padre, che era anche imprenditore cinematografico, volle che iniziasse a lavorare e ad affrontare le difficoltà della vita. Gli aprì prima un cinema a via Nisco, l’Alhambra, che oggi è chiuso, e successivamente ne rilevò uno a Ponticelli. Glielo affidò completamente, lo stipendiava e gli disse che avrebbe dovuto acquistare il locale con i proventi del suo lavoro. Iniziò così l’attività di Francesco come imprenditore cinematografico. Aveva poco più di ventun’anni. Da quel momento ogni giorno quando uscivo dall’ufficio correvo a Ponticelli e restavo lì fino alla chiusura del cinema».

E che cosa faceva?

«Poiché non so stare “con le mani in mano”, cominciai a inventarmi cose che potessero risultare utili all’attività». Qualche esempio? «Iniziai a fare girare “o trerrote” per le strade di Ponticelli per pubblicizzare i film che venivano proiettati. Poi mi misi a disegnare i manifesti che realizzavo insieme alla signora Golia nella sua tipografia dove Francesco mi accompagnava. E tante altre piccole cose utili a promuovere il cinema».

Apriste anche un cinema a Torre del Greco…

«A Francesco si presentò l’occasione di prendere in gestione un cinema che stava nella Villa Comunale, il “Politeama Corallo”, e la colse al volo. Iniziammo anche a fare qualche spettacolo teatrale. Negli anni ’80 ne prendemmo un altro più piccolo, “l’Oriente”, dove debuttammo con il primo cartellone teatrale di Torre del Greco. Calcarono quel palcoscenico Walter Chiari, Luisa Conte, Salvo Randone, Ernesto Calindri, Rosalia Maggio, Lina Sastri e tanti altri grandi artisti. Lì mi sono fatta le ossa, Francesco trattava con le Compagnie e faceva il cartellone, io curavo l’immagine del locale, programmavo il cineforum e le rassegne per le scuole».

E il lavoro al Consorzio?

«Lo lasciai quando nacque nostro figlio Giuseppe, perché Francesco trovava disdicevole che una signora Caccavale lavorasse. Nel tempo mi accorsi che il mio attaccamento al bambino non giovava al suo sviluppo, lo iscrissi all’asilo e io all’Università Suor Orsola Benincasa. Alla morte di mia suocera mi mancavano solo due esami alla laurea, ma decisi di non andare più».

Se ne è pentita?

«Assolutamente no perché le mie soddisfazioni me le ero prese e mi sentivo, come mi sento, perfettamente realizzata».

Ritornò a fare la casalinga?

«Sì, fino a quando un giorno Francesco mi chiamò e mi chiese se potevo andare da lui in ufficio, al Gesù. Lasciai Giuseppe, che frequentava la scuola media, a mamma e lo raggiunsi. Mi trovai di fronte ad una quantità di fatture che giacevano in disordine su due scrivanie perché il ragioniere era morto. Completamente a digiuno di nozioni di contabilità, affrontai centinaia di fatture, pagate e da pagare, mi inventai un metodo per organizzarle e mi accorsi che ce ne erano moltissime pagate per film non fatti, perché Francesco li riteneva non adatti alla platea di Ponticelli».

E allora che altro si inventò?

«Poiché c’era una legge che premiava rassegne e cinema d’essai, feci l’elenco dei film pagati, li divisi per genere e per ciascuno di essi organizzai una rassegna settimanale. Recuperammo un sacco di soldi».

Era il periodo del sodalizio con Lucio e Mariolina Mirra…

«Facemmo una società con loro e rilevammo tre cinema al Vomero il “Bernini”, l’“Ariston” e l’“Arcobaleno” e l’“Avion” ai Colli Aminei. Poi prendemmo anche la “Sala Roma” a via Toledo».

Siamo vicini al grande salto: l’Augusteo…

«Era il 1990 e Francesco seppe che una società voleva creare nell’immobile un supermercato. Per evitare che accadesse questa mostruosità propose di rilevarlo in società a undici proprietari di teatri della Campania, con i quali aveva creato insieme a Lello Scarano un Consorzio. Ebbero paura e uno alla volta si fecero tutti indietro. Allora Francesco mi chiese consiglio e rilevammo noi l’Augusteo. Per prima cosa lo ponemmo sotto l’egida del ministero dei Beni culturali, per cui non si può modificare nulla rispetto alla costruzione fatta dall’architetto Pier Luigi Nervi».

Ci fu un incontro determinante per il successo del “nuovo” Augusteo…

«Quello con il grande e indimenticabile autore, commediografo e regista Pietro Garinei. Quando seppe che a Napoli si apriva un teatro di 1.400 posti volle vederlo. Lo ricevemmo con una grandissima emozione. Inaugurammo l’11 novembre del 1992 con Gianfranco D’Angelo in “Chi fa per tre”. Poi vennero Albertazzi, Valeria Valeri, Turi Ferro. Ma lo spettacolo che veramente fece riscoprire a tutti i napoletani il ritrovato Augusteo fu “Beati voi” con Enrico Montesano. Da allora la sala di piazzetta Duca d’Aosta, che tutti chiamano piazzetta Augusteo, divenne per numero di presenze il primo teatro d’Italia, alternandosi al Sistina di Garinei».

E il cinema?

«Non lo abbiamo abbandonato. Abbiamo il “Pierrot” a Ponticelli e il “Metropolitan” a Napoli in società con Luigi Grispello ».

C’è stato un momento nella sua vita che è stata sul punto di dedicarsi all’alta moda…

«Dopo la morte di mia madre, quando facevo “la casalinga”, mi inventai un mestiere. Siccome ho sempre disegnato vestiti, portavo i modelli a sarte di alta moda che li cucivano. Un’amica, poi, me li vendeva. Ho ricevuto diverse proposte di lavoro come stilista da atelier anche importanti. Fu allora che mio marito, conoscendomi, mi coinvolse nella gestione del cinema-teatro “Oriente” di Torre del Greco».

Dopo l’improvvisa scomparsa del patron Francesco Caccavale come è cambiata la vostra organizzazione?

«Nostro figlio Giuseppe, avvocato, e la moglie Roberta, architetto, sono in prima linea nonostante abbiano due figli da seguire. Io continuo a occuparmi di quello che ho sempre fatto, perché di lavoro ce n’è tanto; non dimentichiamo che gestiamo anche il Politeama. La soddisfazione di aver lavorato bene è data dal pubblico. Dico sempre che non mi interessa l’incasso della serata, ma quante persone sono venute a vedere lo spettacolo! Giuseppe è bravissimo nel curare i rapporti con le Compagnie e con le Istituzioni, si confronta sempre con la moglie e con me, siamo un team sereno. Per ora sono ogni giorno qui a lavorare, sperando in questo modo che il passaggio del testimone a mio figlio e a mia nuora avvenga nel migliore modo possibile».

Come è stato il suo rapporto con Francesco?

«Abbiamo litigato tutta la vita, ma eravamo complementari. Avevamo due modi di pensare diversi ed eravamo molto gelosi l’uno dell’altro. Io ero bella, lui molto affascinante. Alla fine però realizzavamo sempre un fare comune. Siamo cresciuti insieme e abbiamo vissuto l’uno accanto all’altro per 55 anni. Mi ha dato tanta saggezza, era un amante della storia e della cultura napoletana, e io sono stata per lui una buona consigliera».

Quanto le manca?

«Troppo! Ho rifiutato la sua morte, per me è come se fosse uscito e dovesse tornare a casa. Mi mancano le canzoni che cantavamo, le poesie che leggevamo, gli scontri che avevamo. Mi manca la passione con cui vivevamo».

di Mimmo Sica

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