Domenica 17 Dicembre 2017 - 18:43

Una vita passata tra cuori e mare

Maurizio Cotrufo, professore di cardiochirurgia, è stato il direttore del dipartimento di chirurgia cardiovascolare e trapianti del Policlinico di Napoli fino a quando, a 72 anni, ha lasciato l’incarico, per sopraggiunti limiti di età. Il suo nome è celebrato in maniera eterna al primo polo universitario-ospedaliero, il “Monaldi”, con una struttura titolata “Centro Napoletano Trapianti di Cuore Maurizio Cotrufo”. Nel corso della sua carriera ha effettuato 800 trapianti di cuore e 30mila interventi a cuore aperto. Ha ricevuto la medaglia d’oro dal Presidente della Repubblica per meriti nella sanità pubblica e la medaglia d’oro del Comune di Napoli dal sindaco Pietro Lezzi per il primo trapianto di cuore a Napoli. È presidente della Società Europea di Cardiochirurgia. Ha scritto tre libri: “La meravigliosa storia del trapianto di cuore a Napoli”, “La sanità malata” e “Il pescatore gentiluomo di una Capri che fu dei pescatori”. I primi due sono già stati pubblicati, il terzo è in procinto di esserlo. «Mi definisco un uomo tenace, amante del rischio e della vita che va vissuta attimo per attimo senza perdere nessuna occasione perché dopo non si sa che cosa c’è e non mi interessa più di tanto – dichiara - La mia vita professionale e personale è molto ricca. Mi sono sposato tre volte e ho cinque figli».

Perché ha voluto fare chirurgia?

«È un desiderio che ho avuto da sempre perché il chirurgo lotta contro le malattie e la morte. All’indomani della licenza liceale, non ho avuto dubbi e mi sono iscritto alla facoltà di medicina».

Dopo la laurea è andato in America per un lungo periodo…

«Cercavo nella chirurgia qualche cosa di creativo e sono andato a Houston e in altri importanti centri dove ho imparato a fare il cardiochirurgo».

Poi è ritornato a Napoli. Perché?

«Ero allievo del professore Giuseppe Zannini, un grande luminare di chirurgia generale, e volevo mettermi alla prova. Ottenni risultati brillanti al punto che riuscii a “fare operare” il mio maestro».

In che senso?

«Bisognava intervenire per la prima volta a Napoli a cuore aperto su un ragazzo di 16 anni. Doveva farlo Zannini che, però, non aveva esperienza in questo campo. Mi misi di fronte a lui e, parola dopo parola, riuscii a fargli fare l’intervento che riuscì benissimo. L’operato oggi è ancora in ottime condizioni e fa il fornaio ai Camaldoli. Era il 1969 e da lì è iniziata la mia carriera ».

Già esisteva la cardiochirurgia al policlinico?

«Lo statuto universitario non prevedeva questa cattedra. La fece istituire il mio mentore. Vinsi il concorso e nel 1973 mi salutò dicendomi: “Ormai siamo colleghi, cammina per conto tuo”. Non esisteva una sede e i miei primi allievi sono nati sulle panchine di piazza Miraglia. Dopo alcuni anni di tribolazioni sono stato ospitato nell’ex alloggio delle suore a Sant’Andrea delle Dame a Caponapoli, dove c’era la semeiotica medica del Policlinico diretta dal professore Pontoni. Quando andò in pensione, il rettore Giuseppe Tesauro fece nascere in quella struttura il mio istituto».

Quando si è trasferito al Monaldi?

«Nel 1979 e nacque il primo polo misto università-ospedale, diventando una struttura convenzionata per quanto concerne l’attività assistenziale ». Intanto in America era iniziato lo studio dei trapianti di cuore. Lei che cosa fece? «Mandai un mio collaboratore in America per tre anni. Quando ci sentimmo pronti, iniziammo una dura battaglia per essere autorizzati dal Ministero della Sanità a effettuare i trapianti. Furono coinvolti la politica e i media e facemmo anche un “porta a porta”. Nel 1988 il titolare del dicastero, il ministro Costante Degan, ci diede l’autorizzazione».

È stato il primo a fare un trapianto di cuore nel CentroSud.

«Fu una cosa straordinaria. Nel mio libro, “La meravigliosa storia del trapianto di cuore a Napoli”, in parte romanzato, in parte aneddotico, in parte reale, vivo l’esperienza incredibile di questo evento che ha mobilitato una intera città».

Ce ne parli.

«Il giorno dopo l’autorizzazione di Degan, ci arrivò una telefonata dal ministero con cui venivamo informati che esisteva un cuore espiantato da una giovane di Barcellona compatibile con un paziente che solo noi avevamo nella lista dei trapiantandi. Aveva un’età avanzata e una serie di problemi per cui era fortemente a rischio. Mi chiusi nello studio per circa dieci minuti e valutai le due ipotesi possibili: rifiutare mi avrebbe screditato, accettare e poi fallire sarebbe stata la fine della storia. Accettai di correre il rischio e la mia decisione diventò di dominio nazionale. Andai a Barcellona con l’aereo personale del presidente del Consiglio Giovanni Spadolini. Tornai a Napoli di notte e trovai un’enorme folla ai lati di via Leonardo Bianchi al punto che la gazzella dei carabinieri, a bordo della quale c’ero io con la cassetta contenente il cuore espiantato, ebbe difficoltà a raggiungere il Monaldi. Il trapiantato è vissuto per altri dodici anni dopo l’intervento ed è deceduto per un’altra patologia».

Ha al suo attivo oltre 800 trapianti di cuore. Come si previene il rigetto?

«Oggi è prevenibile e curabile a patto che il paziente venga seguito e faccia le terapie che gli sono prescritte ».

Si usa la ciclosporina. Che cosa è?

«È un farmaco che si prende per via orale e si dosa nel sangue come l’insulina per il diabete e va monitorizzato per decenni. Fu scoperta a Basilea (Svizzera) nel 1971 dall’immunologo belga Jean-François Borel, che lavorava ai laboratori Sandoz, su una sostanza estratta da un fungo. Paralizza l’attivazione dei linfociti che esistono allo stato silente nel nostro sangue. Diventano aggressivi di fronte a un corpo estraneo e lo mangiano. Prima della sua scoperta c’era sempre il rigetto».

Ma Christian Barnard fece il primo trapianto di cuore nella storia nel 1967?

«Aveva imparato a Palo Alto, in California, la tecnica cardiochirurgica dal dottor Norman Shumway, che effettuava trapianti cardiaci sui cani. La sua tecnica si usa ancora oggi sull’uomo. La bioetica americana non consentiva il trapianto sulla specie umana. Barnard andò a Città del Capo dove non c’era alcun divieto ed effettuò il primo trapianto su un droghiere ebreo di 54 anni, Louis Washkansky. Il suo esempio fu seguito in tutto il mondo ma la mortalità dovuta a rigetto fu del 100%. Tutti i centri smisero di fare trapianti e furono autorizzati a effettuarli solo successivamente alla scoperta della ciclosporina ».

Con la sua equipe si è anche interessato del discorso del cuore artificiale…

«Quando ci si è resi conto che la richiesta di trapianti superava l’offerta perché le donazioni non erano sufficienti, si è avviato un programma di ricerca per impiantare al posto di un cuore vero un organo costruito artificialmente. Siamo entrati anche noi nel progetto. In America sono stati costruiti prima dei cuori parziali che sostituivano la parte sinistra oppure quella destra del muscolo cardiaco. Poi è stato costruito un cuore artificiale completo. Ho partecipato al trapianto di quest’ultimo nel 2007».

Quali sono le attività istituzionali di un cattedratico?

«Prendendo me a riferimento, sono tre: la didattica, l’assistenza e la ricerca. L’assistenza è il presupposto per fare le altre due. Per potere essere un buon docente e insegnare agli studenti la medicina bisogna farla. Per fare la ricerca è necessaria la materia sulla quale ricercare. Questa viene soltanto da un grosso volume di assistenza».

L’argomento è trattato nel suo secondo libro, “La sanità malata”.

«Il volume fa parte di una collana. Nei giorni scorsi all’Università La Sapienza di Roma c’è stato un convegno sulla sanità. Nel programma c’è scritto che il meeting prende spunto dal mio libro. Sicuramente esistono altre eccellenze come la mia, ma sono la minoranza perché purtroppo le strutture dove bisogna fare insegnamento e ricerca sono molto povere di assistenza. Al Policlinico, ad esempio, ci sono cattedratici che dispongono di tre posti letto e hanno la scuola di specializzazione. Gli specialisti che escono da lì non sanno neanche come è fatto un paziente».

Si parla molto di cardiologia interventistica. Che impatto ha avuto sulla cardiochirurgia?

«L’abbiamo sofferta molto e ci ha tolto spazi enormi. Mi riferisco al famoso catetere con il palloncino. Fino a dieci anni fa su chi aveva un’ostruzione coronarica si interveniva con il bypass. Oggi i cardiologi hanno imparato a inserire questo palloncino fino a dentro la coronaria. Gonfiandolo fanno espandere l’arteria e inseriscono uno stent, un cilindretto, che impedisce all’arteria di restringersi nuovamente ».

Il sistema funziona?

«Perfettamente e i cardiologi hanno conquistato gran parte del mercato al punto che il 70% di persone che hanno una cardiopatia coronarica sono curate in questo modo. Il retante 30%, costituito da quei pazienti sui quali non si può intervenire con questo metodo e, quindi, sono i più pericolosi, vengono a noi. Così “ ci viene tolto il pane da bocca”. Adesso hanno imparato anche a sostituire le valvole con il catetere. Al posto della valvola aortica mettono una protesi».

Ora che è in pensione, come trascorre il suo tempo?

«Mia moglie, Marisa De Feo, mi ha “regalato” una figlia, Martina. È l’ultima e ha tredici anni. Mi dedico molto a lei. La madre è come me cardiochirurgo e, sebbene abbia solo 46 anni, ha vinto il concorso di direttore del dipartimento di chirurgia cardiovascolare e trapianti del Policlinico di Napoli. Dal primo novembre prossimo prenderà il posto che ho ricoperto io al Monaldi. I sui impegni sono tali che Martina la vede veramente poco». Ha abbandonato definitivamente il bisturi? «Ho continuato per altri due anni, ma poi ho deciso di smettere definitivamente e mi sono messo a scrivere ».

Due libri pubblicati. Il terzo in procinto di esserlo. Ci anticipa qualche cosa?

«“Il pescatore gentiluomo di una Capri che fu dei pescatori” è un libro diverso perché parla della seconda passione che ho condiviso con quella per la sala operatoria: il mare e la pesca. A dieci anni avevo già un gozzo a remi e con la rete pescavo la zuppa per la famiglia. Crescendo sono arrivato al peschereccio con il quale partivo e trascorrevo lunghi periodi di vacanza, nel mese di agosto che per me è stato sempre “sacro”. Ero specializzato nella pesca di pezzogne e di cernie. Ho raccontato questa mia storia nel libro in maniera molto particolare».

Ci dica…

«Si tramanda che la prima pezzogna sia stata pescata nel mare di Capri nel 1868. Da allora si era creata a Marina Grande una stirpe detta dei “pezzognari”. Franchetiello, l’ultimo dei pezzognari, uomo che si era costruito una profonda autocultura, va in ospedale perché ha una malattia cardiaca e incontra il “prof” che lo opera. Tra i due nasce una simbiosi che li fa comunicare tra loro anche in silenzio. A mare, sul peschereccio, vivono insieme avventure di diverso tipo. Dopo 12 anni Franchetiello torna in ospedale e muore con un infarto. Con lui finisce anche il mondo del prof che non va più a pescare».

Prossimi impegni?

«Vado nell’eremo che mi sono costruito ad Anacapri su un pizzo di montagna, che si affaccia sul mare. Continuerò a scrivere». E Martina? «Ha conseguito la licenza media con dieci in ogni materia e vuole stare con le sue amichette. Risolvo il problema portandole tutte con noi».

di Mimmo Sica

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