Mercoledì 23 Gennaio 2019 - 23:19

Alessandro Barbano, giornalista liberale

Alessandro Barbano (nella foto) è giornalista e scrittore. É l’autore di “Troppi diritti-L’Italia tradita dalla libertà”, edito da Mondadori. È il presidente della Fondazione Campania dei Festival.

«Sono nato a Lecce da una famiglia di presidi. Mia madre, prima di diventarlo, insegnava materie letterarie. Alle scuole medie ero suo allievo e quando ho conseguito il diploma ero in grado di tradurre dal latino all’impronta. Ho ricevuto un’ educazione borghese volta ai doveri. Dopo la maturità classica mi sono iscritto alla facoltà di giurisprudenza all’Università di Perugia ma non ci sono mai andato».

Perché?

«Per spirito di emulazione. Uno zio fotografo, uomo molto illuminato, aveva la passione per la regia cinematografica, ha fatto anche un bel film, e aveva attivato, nel 1974, una delle prime televisioni via cavo in Italia. Mio fratello maggiore era giornalista e lavorava nel suo telegiornale. Avevo terminato da qualche ora l’esame di maturità e papà mi portò a conoscere un suo amico, Antonio Maglio, che era il vice direttore del Quotidiano di Lecce. Il giornale era stato fondato due mesi prima da Claudio Signorile anche se il vero ideatore era Maglio. Da quel momento sono entrato nel mondo del giornalismo e non ne sono uscito più».

E l’università?

«Lavoravo, in nero come tutti, e studiavo. Mi sono laureato in giurispridenza come voleva mio padre».

Di che cosa si occupava al Quotidiano?

«Ho cominciato la gavetta con la cronaca nera, ma in realtà facevo tutto. Uscivo la mattina con la moto perché a quei tempi la notizia si cercava e non ti arrivava sulla scrivania come accade oggi. Mi capitava di scrivere anche 14-15 cartelle al giorno. Un anno dopo mi assunse la Gazzetta del Mezzogiorno con contratto part time. Trascorsi due anni, il Quotidiano mi riassunse come praticante e a 22 anni sono diventato professionista».

Poi incontrò Lodovico Maradei della Gazzetta dello Sport e ci fu la svolta. Ci racconti?

«Ero diventato il capo della redazione sportiva del Quotidiano. Un giorno a Lecce si disputava una partita della Nazionale. Come inviato della Gazzetta arrivò Lodovico Maradei che per anni è stato la prima firma della Nazionale. Era leccese. Gli dissi se voleva portarmi con lui a Milano. Mi chiese “a fare che cosa?”. Andai la sera a casa sua e gli portai un pacco di articoli che avevo scritto. Qualche giorno dopo mi chiamò da Milano e mi disse: “Cannavò ti vuole conoscere”. Naturalmente ci andai di corsa».

Come andò il colloquio con Candido Cannavò?

«Mi disse: “ti assumiamo. Stiamo per aprire l’edizione pugliese della Gazzetta a Roma e andrai a fare il redattore per le pagine regionali. Vai al secondo piano a firmare il contratto”. Purtroppo le cose andarono diversamente».

Che cosa accadde?

«Gino Palumbo, il direttore editoriale, dopo avermi fatto firmare il contratto, mi chiese se avessi fatto il militare. Gli risposi di no e allora lui prese il contratto e me lo strappo davanti agli occhi. Tornai da Cannavò deluso e avvilito. Mi confortò e mi assicurò che appena avessi terminato il servizio di leva mi avrebbe assunto. Mantenne la parola. Finii di fare il militare il 7 maggio del 1988 e il giorno dopo fui assunto nella Gazzetta a Milano».

Poi andò a Roma come capo servizio dell’edizione Campania dello sport dove fece un’altra conoscenza importante per lo sviluppo della sua carriera.

«Conobbi Paolo Graldi che era il capo della cronaca di Roma del Corriere della Sera. I nostri giornali stavano nello stesso palazzo. Quando andò al Mattino come vice direttore di Sergio Zavoli, mi propose di andare a lavorare con lui e io accettai. Lo dissi a Cannavò che si arrabbiò moltissimo».

Al Mattino restò meno di un anno. Perché?

«Il rapporto di Zavoli con il giornale e anche con Graldi divenne subito problematico. Ero vice caporedattore della redazione centrale e lavoravo nella stessa stanza con Riccardo Cassero, che era il caporedattore centrale, con Romolo Acampora, Ernesto Tempesta, Gerardo Guerra, Sergio Troise e Nino Masiello. Si aprì un conflitto e la redazione si spaccò. Capii che di lì a poco Zavoli se ne sarebbe andato e mi posi il problema di come sarei stato accettato a Napoli da un giornale dove ero uno “zavoliano”. Un giorno accompagnai mia moglie a Lecce perché doveva sostenere l’esame di abilitazione alla professione di dottore commercialista. Caso volle che per strada incontrai il mio vecchio direttore del Quotidiano. Mi chiese di ritornare e mi disse: “ti nomino vicedirettore e ti faccio guadagnare cento milioni”. Avevo solo 31 anni e dopo una settimana di profonde riflessioni accettai».

Nel 1997 entrò nella sua vita professionale l’editore Francesco Caltagirone e la sua carriera ebbe un’altra importante accelerazione.

«Claudio Signorile gli propose di fare il “panino” con il Messaggero. Caltagirone lo fece per un anno e poi acquistò il Quotidiano di Lecce. Voleva comprare anche il Corriere Adriatico nelle Marche di Franco Sensi, ma l’allora presidente della Roma non volle venderglielo. Decise, quindi, di aprire una redazione del Messaggero ad Ancona per fargli concorrenza con un’edizione Marche molto ricca. Voleva affidare a me l’incarico. Gli feci presente che ero tornato a Lecce per fare il vice direttore e che la sua proposta rappresentava un sensibile passo indietro nella mia carriera. Mi domandò dove volessi andare e gli dissi al Mattino. Mi rispose: “mi apra questa redazione ad Ancona e dopo sei mesi al massimo la mando al Mattino come vice direttore. Intanto vada a Napoli a conoscere Paolo Gambescia».

Le arrivò, però, un’altra proposta interessante da un altro giornale del gruppo, il Messaggero.

«Mentre stavo ad Ancona, Paolo Graldi, che era diventato direttore del Messaggero, mi chiese di andare con lui a Roma. Informai Caltagirone e accettai. Feci il capocronista della cronaca che all’epoca era la più grande di Italia con 35/36 giornalisti. Ci sono stato tre anni. Altri tre li feci come capo delle regioni e due come capo delle cronache nazionali. Quando al posto di Graldi fu nominato direttore, Roberto Napolitano volle che a tutti i costi diventassi il suo vice. Per questo gli sono profondamente grato. Eravamo in lizza io e Virman Cusenza».

É stato anche il vicedirettore di Mario Orfeo. Due importanti direttori. Che cosa le hanno insegnato?

«Molto, e con entrambi ho avuto ottimi rapporti. Sono due personaggi diversi, praticamente opposti. Mario è maestro nell’organizzazione e nella distribuzione razionale delle risorse. Poi ha il “fiuto” per valutare molto bene le notizie. Roberto possiede una grande creatività e ha la capacità di andare oltre, di alzare l’asticella».

Nel dicembre del 2012 Caltagirone la chiamò e le propose la direzione del Mattino. È stata la realizzazione di un sogno?

«Sì, amo Napoli. Mio padre ha studiato agraria a Portici e mi parlava sempre di questa città. Venivo spesso al San Carlo perché papà è melomane e mi ha trasmesso questa passione. Nell’immaginario di noi leccesi Napoli è la capitale. Roma è solo un riferimento. Non è una metropoli, non c’è senso di identità, è una città fredda e indifferente. A Napoli c’è una lingua, c’è una cultura napoletana, c’è il teatro napoletano. Napoli ha un rapporto con il sangue e con il corpo della città. Poi ha il mare. La sua fascinazione, la sua vista è per me ossigeno vitale».

Che cosa ha di particolare il Mattino?

«Appena sono arrivato mi sono accorto che è un grande giornale perché la sua centralità è straordinaria sia per la penetrazione capillare nel territorio, sia perché è trasversale: è popolare ma anche colto. Poi è speciale perché è permeato della ricchezza intellettuale dei grandi personaggi che lo hanno creato: Matilde Serao e Eduardo Scarfoglio. Da quando mi sono seduto dietro la scrivania ho sempre sentito la presenza di Matilde Serao con la sua capacità di distacco che fa il grande giornalismo. È stata la mia bussola, la mia guida. Non faceva sconti alla società e aveva la capacità di raccontare le ambiguità della città sempre con amore e rispetto per il suo popolo. Questa grande lezione di giornalismo e di etica civile mi ha accompagnato per tutti i miei sei anni e forse mi ha anche indotto a difendere sempre la mia indipendenza e la mia autonomia fino all’ultimo giorno».

Quando è difficile essere il direttore di un giornale come il Mattino?

«Ho sempre pensato che il giornale in generale non è di nessuno. Non è dell’editore, non è del direttore, non è neanche dei lettori. O meglio è dei lettori di ieri, di quelli di oggi e di quelli che verranno perché è un soggetto storico itinerante nel tempo e richiede una manutenzione straordinaria. Il direttore è il temporaneo detentore di questa avventura umana e culturale. Sono arrivato al Mattino il 18 dicembre del 2012 e ho trovato una redazione composta da giornalisti di grandissimo livello culturale e professionale e di grande capacità umana. Ho detto solo cerchiamo di rispettarci sempre e di esportare il conflitto che è in noi all’esterno come elemento di concorrenza. Questo mi ha consentito di essere accolto. Naturalmente ho fatto le mie scelte perché è ovvio che un direttore deve dare una sua impronta».

Quando si fa il giornale?

«Nella riunione del mattino e in quella del pomeriggio quando ci si confronta e dove il dissenso è più importante del consenso, dove il confronto critico nei confronti del direttore è utilissimo. Ho avuto un grandissimo privilegio: almeno 15-20 volte in questi cinque anni ci sono stati dei colleghi che sono entrati nella mia stanza e mi hanno detto: “direttore, stai facendo una cazzata terribile”. Mi hanno corretto i titoli e se un direttore accetta questo avrà sempre una redazione che si sentirà motivata a partecipare. Quando io non ero fisicamente al giornale mi sono sentito sempre più tutelato rispetto a quando invece c’ero».

A giugno scorso la sua storia con il Mattino è bruscamente terminata. Perché?

«Sono stato licenziato. Il primo giugno l’editore mi ha chiamato e mi ha detto: “saluti la redazione. Da domani c’è un altro direttore”. In realtà era stato già nominato. Non so perché mi ha sostituito, posso immaginarlo ma non faccio illazioni. Sono un liberale e rispetto il diritto di ogni editore di scegliere il direttore che vuole. Non nutro polemica e non ho nessun tipo di risentimento. Ho difeso fino alla fine la mia libertà e la mia autonomia nel rispetto di un patto che era stato stipulato, cioè quello di fare un giornale liberale, quindi aperto ai valori della democrazia rappresentativa. Fino all’ultimo ho tenuto questa linea».

Quanto le è dispiaciuto?

«Molto perché sei anni sono un tempo lungo e poi il mio rapporto con la città è stato forte fin dall’inizio e ho sentito di essere ricambiato. Il giornale ha fatto anche tante battaglie liberali e quindi mi è dispiaciuto non avere più un canale per far passare questo pensiero soprattutto in un momento in cui nel paese si afferma un nuovo conformismo culturale in cui io non mi riconosco. In questo contesto più che mai il giornale deve riuscire a raccontare che la democrazia non è una cosa semplice, ma è complessa e fatta di grigi, non di bianchi e di neri. Lo deve fare in maniera semplice, ma non riducendola. La società è smarrita. Dobbiamo contribuire a ricostruire una cultura democratica salda. Purtroppo abbiamo rinunciato ad esercitare la mediazione giornalistica come decisiva per le sorti della democrazia».

È da poco il presidente della Fondazione Campania dei Festival. Come vede questa istituzione?

«Un punto di eccellenza sia amministrativa, per come è gestita, sia artistica per l’impulso evidente che ha dato Ruggero Cappuccio. Oggi questo marchio va sfruttato rispetto al ruolo che la Fondazione si assegna che è quello di promozione culturale. Credo che ci siano le ragioni per investire ancora e fare di questa istituzione l’avamposto di una costruzione più grande utilizzando il linguaggio del teatro per fare cultura e per promuovere integrazione. D’intesa con il presidente De Luca vogliamo dare una struttura più stabile a questa parola “teatro”».

di Mimmo Sica

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